Home La Verità nei Libri Perché gli Ottavianesi mangiano, in onore di San Michele, pasta e piselli

Perché gli Ottavianesi mangiano, in onore di San Michele, pasta e piselli

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Dal San Michele longobardo, giudice e guerriero, al San Michele bizantino, patrono del grano e della Natura che rifiorisce in primavera. La storia dei piselli coltivati nel Vesuviano interno, e, in particolare, alla Zabatta e a Recupo,  “quartieri” di Ottaviano. Il significato dell’espressione “ ‘nce vedimmo a pesiello”.

 

L’ 8 maggio, nel giorno sacro a San Michele, gli Ottavianesi mangiavano, e forse ancora mangiano, pasta e piselli. E’ probabile che il “rito” si svolga in tutti i luoghi in cui la civiltà contadina  ha scelto come patroni i santi che si venerano a maggio, che è il mese in cui  la primavera rinnova in modo manifesto la vita della  Natura. E infatti i piselli  sono protagonisti anche del menù di Pasqua. Un almanacco napoletano del 1848 propone, per  la tavola di Pasqua e per quella dell’8 maggio, la “ zuppa di pesielli”, in cui entrano, con i piselli, anche le “cepolle zoffritte”, e che viene servita su lunghe fette di pane abbrustolito; e con la zuppa, “zeppolelle di baccalà”, e cioè “mussillo di baccalà ‘mbrogliato in una pasta molla molla di grano di criscito e ‘no poco di vino: il tutto fritto in una tiella chiena d’uoglio.”. Forse anche nel Vesuviano  i  semi dei piselli e delle fave che escono dal baccello in cui erano nascosti furono visti come un simbolo della Resurrezione. I piselli del Vesuviano interno hanno goduto di lunga e solida fama. Così scrive Silvestro Sannino nel libro “Civiltà agricola vesuviana“ ( 2009), che è un documento straordinario degli usi e dei costumi che caratterizzarono la società contadina nel nostro territorio e dei prodotti significativi dell’agricoltura vesuviana: “Con le fave è notevole la coltura del pisello, sia di quello piccolo, nano, detto zimperiniello, sia della varietà rampicante precoce di Napoli, sia del pisello maestoso verde di Trecase, che raggiunge altezze superiori ai due metri ed offre uno spettacolo meraviglioso con i suoi frutti pendenti a cascata. In questa zona di Trecase che oggi cade nel Parco Nazionale del Vesuvio la coltivazione del pisello è diventata, in pratica, impossibile, perché le tenere piantine vengono divorate dai famelici conigli selvatici che si sono diffusi e moltiplicati nell’ area del Parco per opera e virtù dell’Ente. Peraltro la difesa dai temibili roditori mediante recinzioni con reti risulta, oltre che costosa, impossibile, perché l’ Ente Parco ne vieta l’impianto.”.

Erano famosi anche i piselli delle contrade ottavianesi della Zabatta e di Recupo. Ancora negli anni ‘70 le contadine di quei luoghi, nei giorni che precedevano la Pasqua, portavano in piazza Mercato, a Ottaviano, e non solo il sabato, giorno del mercato “ufficiale”, “quadretti” “‘e spaselle” di piselli: i contadini “pratici” del treno e della città prendevano la Vesuviana, scendevano a Napoli e si piazzavano, con i loro “quadretti”, all’imboccatura di via Giacomo Savarese o nei pressi di Piazza del Carmine. A Napoli i piselli ottavianesi erano considerati contorno ideale della carne di capretto, protagonista assoluta del pranzo di Pasqua. Nei primi anni del Novecento l’alta qualità dei piselli di Recupo e della Zabatta venne attribuita da Orazio Comes, direttore dell’Istituto di Agraria di Portici, alla particolare struttura del terreno vulcanico, assai adatto alla coltivazione dei piselli nani detti “zimperinielli”. La terra di Recupo dava anche buoni vini. Nel 1961 Giuseppe Fiorito scrisse che erano notevoli i vini rossi di Ottaviano “specialmente quelli, particolari, conosciuti con i nomi di Cacciato e di Recupa, i quali sono fatti di aglianico con buone percentuali di tintore ed hanno un sapore e un profumo che ricordano un poco i vini piemontesi”.

Il tutto si inquadra nella dimensione agiografica del San Michele ottavianese,  il cui culto, portato a Ottaviano dai Longobardi, si conforma, sul finire del primo millennio dopo Cristo, a quello del San Michele bizantino, che è non più solo giudice dei peccatori e avversario di Belzebù, ma anche dio del grano e protettore di frutteti e di vigneti. A ciò si aggiunge il fatto che la tradizione fa dei piselli un simbolo di felice fortuna: nel II sec.d.C. Artemidoro,  lo storico dei sogni, spiegava l’origine di questo simbolo collegando il nome pisos alla radice di un verbo greco che significa “persuadere, obbedire”. Perciò il sognare piselli era cosa di buon auspicio, soprattutto, scrive Artemidoro, per i timonieri e gli avvocati, “poiché ai primi obbediranno i timoni, agli altri i giudici”. Non dimentichiamo che nella lingua napoletana il plurale“‘e pesielli” serve a indicare, con una nota di sarcasmo, il danaro: i contadini, quando contraevano un debito, dicevano al creditore “ ‘nce vedimmo a pesielle”, garantivano che avrebbero sanato il debito a primavera, con il primo raccolto, che era proprio quello dei piselli.

Come si vede, intorno a un piatto la tradizione intreccia i fili di molte storie.