La natura dei “social” impone a certi politici che si servono di questi strumenti per costruire il loro successo di usare, senza variazione alcuna, schemi fissi nella comunicazione e nella posa. Questa rigidità li rende facili bersagli dello spirito comico. La rigidità dell’immagine di Verre, governatore e saccheggiatore della Sicilia, nel sarcastico ritratto che ne fa Cicerone. Il fondamento dello spirito comico è un’ostilità spesso implacabile.
Considerate le circostanze e la libertà, ancora intatta, del ridere, credo che sia opportuno sviluppare qualche riflessione sulla natura del comico. E’ un tema complicato, ma tutti gli studiosi, da Pascal, a Bergson, da Pirandello a Grassi, sono d’accordo su un punto di fondamentale importanza: per deridere una persona, per demolirla con l’oltraggio dell’ironia o del sarcasmo, è indispensabile fissarne preventivamente l’immagine in un disegno rigido e immutabile. Un’ ostilità che può diventare distruttiva è il fondamento non solo della satira, ma di tutte le attività e le funzioni che si organizzano intorno al riso e che rientrano nel campo del comico. Pascal e Bergson hanno dimostrato che il riso è l’indizio della violenza di cui ci rendiamo responsabili quando imprigioniamo il flusso della vita altrui nei congegni meccanici dell’immobilità, e ne stravolgiamo l’aspetto attraverso la tortura della ripetizione. Nella “stampa” inglese che correda l’articolo il mondo è un arrosto ben cotto, che inglesi e francesi si stanno pappando tagliandolo a fette con nobile eleganza. Dice Bergson “ Il comico è quel lato di una persona per cui essa assomiglia a una cosa, quell’ aspetto degli avvenimenti umani che imita ( con la sua rigidità d’un genere tutto particolare ) il meccanismo puro e semplice, l’automatismo totale, il movimento senza vita.”. E’ il dramma dei politici del nostro tempo, dei politici di qualsiasi livello, che si servono dei “social” per farsi pubblicità, ma che sono costretti, proprio dalla natura e dalle funzioni dei “social”, a presentarsi in un’immagine fissa, facilmente riconoscibile – importante diventa l’abbigliamento -, a usare sempre gli stessi schemi linguistici, a ripetere, con la brevità imposta dalla propaganda, gli stessi argomenti. In questa idea statica della persona ridotta a oggetto c’è il principio del riso come segno di ostilità. Questo esercizio di violenza ora manifesta, ora dissimulata, spiega perché i teorici del comico usino con notevole frequenza immagini e lessico dell’arte militare: tanto che Gian Pietro Calasso giunge a considerare la funzione del comico come essenzialmente difensiva, volta a stornare dalle nostre certezze, logiche e sentimentali, ogni potenziale minaccia, a smontarla, e, infine, a riderne. Il riso è il segnale di cessato allarme: noi ridiamo perché la minaccia che credevamo, in un primo momento, consistente, si è sgonfiata.
In ogni suo grado il comico è un’azione esercitata contro un’immagine accuratamente preparata a subire il colpo, quel colpo: e dunque è un’azione a due tempi: nel primo tempo il bersaglio viene individuato, preparato, esposto senza difesa alcuna all’attacco; l’attacco è il secondo tempo, è fulminea sollecitazione del riso. La pienezza del comico si realizza nel momento in cui la vittima stessa, colpita dalla freccia, dà l’impressione di essersi colpita da sola. In questa capacità di predisporre l’avversario al colpo fatale l’arte dell’umorista coincide con l’arte del condottiero: del resto, l’uno e l’altro partono da una presunzione di superiorità rispetto all’ avversario. I grandi condottieri muovono all’attacco solo dopo aver costretto il nemico ad occupare sul campo di battaglia la posizione più debole.
Cicerone è un Maestro del “diasyrmos”, della demolizione dell’avversario attraverso il riso. La sua carriera di avvocato dell’accusa inizia con la demolizione di Verre, il governatore della Sicilia che saccheggiò l’isola oltre i limiti accettati dal sistema politico romano. Le città di Sicilia dedicano una grande attenzione alla scelta dei censori , perché essi hanno poteri assoluti nella valutazione dei patrimoni e nella definizione delle imposte. Ma Verre risolve il problema nel modo migliore, dice Cicerone preparando la strada al sarcasmo: Verre, come l’on. Cocchetelli del “Turco napoletano”, si sacrifica in nome della legalità: annunzia che i censori li sceglierà tutti lui, uno per uno, città per città. Insomma Verre dichiara aperto il mercato, e una stanza del suo palazzo a Siracusa ospita una colossale vendita all’asta delle cariche di censore: svolge il ruolo di banditore un suo liberto, Timarchide. “Lo schiavo fuggitivo Timarchide – scrive Cicerone- ha regnato per tre anni su tutte le città, egli è stato il padrone dei figli, delle donne, dei beni e del destino dei Siciliani, i più antichi e fidati alleati di Roma”. In un’altra stanza l’amante di Verre, una ex schiava che si chiama Chelidone, “la rondine”, vende appalti, cariche pubbliche, sentenze di processi. Dopo aver elencato le opere d’arte rubate dal governatore, Cicerone chiede ai giudici come possano sopportare le rapine di quest’”operaio”, che è nato, è stato educato, ed è conformato, nell’animo e nel corpo, più a trasportare sulle spalle le statue, come un facchino, che a farne bottino.. Se questo sapientone sapesse una sola parola di Greco, quando ha rubato la statua di Saffo dal pritaneo di Siracusa, non avrebbe lasciato sul posto il piedistallo, con un’iscrizione greca che indicando chiaramente cosa c’era sopra smaschera il furto e il ladro. Questo ladro – dice, sarcastico, Cicerone- ha stravolto le abitudini delle guide turistiche di Siracusa, i “ mistagoghi ”: prima mostravano ai turisti le opere che si trovavano dovunque, ora indicano gli spazi vuoti e spiegano quali opere sono state portate vie: insomma, le descrivono “in assenza”.
Non c’è da meravigliarsi se un riccone siracusano, costretto ad invitare a pranzo Verre e la sua corte, prima che gli ospiti arrivino, ordina ai servi di nascondere le posate, le coppe e i vassoi di oro, di argento e di ceramica preziosa e di mettere in tavola pezzi di “vile” argilla. Ovviamente, i politici di oggi sanno che la fissità ripetitiva di proclami e di gesti li espone agli attacchi del comico: si difendono dal rischio ordinando alla claque e ai seguaci di spegnere il riso degli scostumati sotto un’alluvione di invettive improperi notizie false, di opporre all’ironia e al sarcasmo i severi rimproveri della rivoluzione promessa, la “pulizia” delle pagine bianche su cui una nuova storia verrà scritta. Non torneranno più Verre, Chelidone, Timarchide e Cicerone? Finché la barca va….






