Domenico Rea diceva che nell’ eterno ”teatro” dI Napoli ci sono i Napoletani che recitano “ a mettere”, con pianti, sospiri, clamori e “ricami” barocchi, e Napoletani che recitano “ a levare”, con gli sguardi e con i silenzi. Nella prima metà del Settecento i Napoletani impegnati a salire i gradini della scala sociale recitavano “ a mettere”: e le loro storie e le scene della loro vita quotidiana ispirarono la pittura di Gaspare Traversi e le commedie del marchese di Liveri. A Palazzo Zevallos si possono ammirare “Il concerto” e “La lettera segreta”.
Nella prima metà del Settecento le fasce del ceto borghese incominciano a muoversi verso l’alto, prendono progressiva consapevolezza della loro importanza, danno il loro contributo a quella rivoluzione sociale e culturale che va sotto il nome di Illuminismo. A Napoli il movimento è intenso: lo favoriscono, e cercano di guidarlo, Carlo di Borbone e Tanucci. La scalata dei piccoli e “medi” borghesi viene letta da scrittori e da pittori in modo vario: qualcuno ne coglie la funzione positiva e vi vede il segno del progresso, altri descrivono in chiave comica e satirica personaggi e modi dei gruppi che vogliono “emergere”. A Napoli si realizza una situazione sociale che rimarrà caratteristica definitiva della città, una vera e propria metafora della napoletanità: i Napoletani incominciano a vivere come consapevoli attori di una recita che non si interrompe mai, e la città tutta diventa un teatro, in cui, notava il Parrino, il Vesuvio fa da sfondo. Non è un gioco di parole: non c’è viaggiatore che non parli di questa eterna rappresentazione che va in scena in ogni angolo della città, in ogni momento. In realtà questo desiderio di esibirsi, di condividere con gli altri emozioni e pensieri – un desiderio “profetico”, avveniristico – può nascere dalla consapevolezza storica che ogni Napoletano possiede di essere non una parte di un tutto, ma una persona, e di restare una “persona” anche quando fa parte di una folla. Domenico Rea scrisse che i Napoletani si dividono in due categorie di attori: da un lato quelli che recitano a “mettere”, che sulla scena della vita, nella pittura, nelle canzoni prediligono, nel piangere, nel ridere, nel parlare, il clamore, l’eccesso “barocco”, la sorpresa e il paradosso, e che non lascerebbero a nessuno il centro della scena. Dall’altra ci sono i Napoletani che recitano “a levare”, che amano i toni smorzati, il silenzio, la luna, l’oscurità dei vicoli: l’inno di questi Napoletani del “levare” potrebbe essere la canzone che Alfredo Falconi Fieni e Rodolfo Falvo scrissero nel 1904 : “Uocchie ch’arraggiunate senza parlà’..”.
Gaspare Traversi (1722 – 1770) fu il pittore dei Napoletani che incominciavano ad arrampicarsi lungo gli scivolosi gradini della scala sociale recitando “ a mettere” le tappe della loro impresa: ed era giusto che fosse così, perché chi sale vuole che tutti sappiano che sta salendo, che lo sappiano soprattutto gli amici e i conoscenti che invece sono rimasti fermi o, peggio, incominciano a scendere. A questi rimarrà la consolazione, venata d’invidia, di inventare un corposo catalogo di perforanti invettive contro “’o pezzente sagliuto”. I Napoletani del “mettere” Traversi li inquadra attraverso la prospettiva dell’ironia, che però non diventa mai la “lente” del sarcasmo feroce e deformante con cui Hogarth, negli stessi anni, “vede” e giudica i chiassosi piccoli borghesi d’ Inghilterra che aspirano a conquistare il decoro di un ruolo sociale elevato. Il disegno di Traversi tende a rispettare la “persona” anche quando gli pare che il soggetto abbia già i piedi su quel limite oltre il quale diventerà la “caricatura” di sé: per questo Nicola Spinosa individua una sostanziosa corrispondenza tra i “modi” della pittura di Traversi e quelli delle commedie del marchese di Liveri che fu personaggio importante della storia culturale nella Napoli del primo Settecento.
Nelle scene di Traversi c’è sempre la nota dell’humanitas napoletana, e non a caso il volume dedicato al pittore e curato da Nicola Spinosa ha un titolo scarpettiano :” Gaspare Traversi- napoletani del’700 tra miseria e nobiltà.” Di questo raffinato equilibrio dell’artista sono splendida testimonianza i due quadri che fanno parte della collezione del Banco Napoli e sono esposti a Palazzo Zevallos. Nel “Concerto”, la cui immagine apre l’articolo, e che come “La lettera segreta” è stato composto tra il 1755 e il 1760, i personaggi si dispongono a cerchio intorno alla ragazza che si accinge a cantare: ella proviene dalla piccola borghesia, come indica il suo abbigliamento, ma l’esercizio del canto accompagnato da musici è già una nota alto-borghese. Plebea è la vecchia cameriera che le tocca la spalla – il disegno esasperato del suo volto ha una connotazione sociale –, plebea è la veste della bambina seduta, e modesto è l’abito dei due musici a destra. A loro si contrappongono l’eleganza e il silenzio infastidito del gentiluomo che accavalla, con signorile sprezzatura, le gambe e tenta di far capire, con questi suoi gesti, che è stanco di aspettare. Il realismo della scena è garantito non solo dal disegno dei volti e dalla precisione degli abiti, ma anche dal fatto, sottolineato dal Barocelli e dallo Spinosa, che sul cembalo c’è uno spartito di musica “corelliana” – di Arcangelo Corelli – , “un brano destinato a un flauto, un piano e a una voce sola”.
La giovane donna della “Lettera segreta” veste da borghese elegante, ma sono gesti da “commedianti” i suoi gesti e quelli del valletto che porta da lettera, del vecchio che si aggiusta il pince-nez, del gentiluomo che esibisce, rivolgendosi direttamente agli osservatori, la pancia imponente, l’abito alla francese, il bastone. E’ probabile che la storia di Napoli resti ferma, perché da sempre, e in ogni momento, essa comprende tutte le situazioni e tutti i personaggi possibili. I personaggi di Traversi potremmo trovarli assai simili a persone che conosciamo direttamente, e, davanti ai suoi quadri, ogni osservatore potrebbe avvertire la strana sensazione di essere guardato dai personaggi come se fosse uno del gruppo.
Dovremmo parlare della tecnica di Traversi, ma non c’è più spazio. Del resto, i volti e le mani dei personaggi ci dicono che fu un geniale disegnatore, mentre i pregi del colorista sono illustrati, con chiara evidenza, dall’abilità nel coordinare, nel “Concerto”, la vasta macchia rossa del pastrano del gentiluomo con il tenue viola e il verde delicato degli abiti indossati dalla cantante




