E dunque a un impiegato del Comune di Ottaviano un delinquente ha inviato un messaggio di avvertimento, ‘na mmasciata. Anche i santi mandavano “mmasciate”, prima di colpire i peccatori.
Esaminando i molti miracoli di santi e di predicatori raccontati da Gregorio di Tours, la Boesch Gajano classificò come miracoli di “vendetta” le prodigiose punizioni inflitte a peccatori incalliti: a uno cadono, all’improvviso, tutti i denti, ad altri si bloccano le braccia e le gambe e si irrigidisce la lingua. Ma non c’era punizione che non venisse preceduta da un “segno” di avvertimento: non peccare più, se no sono dolori. A Napoli “ ‘a mmasciata” era anche la proposta di fidanzamento e di matrimonio portata da un messaggero di fiducia, che quasi sempre era la “capera” di lei o della madre e della sorella di lui. Alle associazioni che nel territorio organizzano scene e recite degli antichi mestieri sono disposto a fornire una raccolta di testi e di immagini sull’ influenza che le “capere” hanno esercitato non solo sull’arte di acconciare i capelli e sulla storia generale della moda , ma anche sulle relazioni sociali e famigliari, e perfino sulla letteratura.
Nel rituale dei guappi e dei camorristi della camorra classica la “mmasciata” era l’avvertimento: c’era la “mmasciata prima” e la “mmasciata urdema”. La “mmasciata urdema”, o anche “chiarimento”, era l’ultimo richiamo che il guappo comunicava personalmente al suo antagonista: il protagonista di “’na’mmasciata”, una poesia di Ferdinando Russo, ordina – il suo ordine è una sarcastica “preghiera” – ordina a un tale che corteggia una certa Peppenella di non farsi vedere più in giro, “ se no t’’a spertoso sta panza ‘e vierme cu ‘na curtellata”. La “mmasciata prima”, o anche “notizia”, era un avvertimento indiretto: indiretto, soprattutto perché veniva usato un linguaggio allusivo, con giri di parole, con paraustielli e pastenachelle, moduli complicati del parlare “muzzecato” che dice e non dice. Antonio Lubrano, noto alle cronache della camorra come Don Antonio di Porta di Massa, mise le mani oltre che sul contrabbando del sale, anche su quello delle arance e dei limoni vesuviani: conviene ricordare che i succhi dei limoni venivano usati dai chirurghi come sostanze disinfettanti. Lubrano però era uno smemorato: dimenticò di distribuire una parte dei lauti guadagni agli sfortunati colleghi che languivano nel carcere della Vicaria. Un giorno, in una riunione di capi, in cui era presente anche don Antonio, Tore’ e Crescienzo, capo dei capi, tra una chiacchiera e l’altra osservò, come parlando con sé stesso, che le arance vesuviane sono buone, ma a mangiarne troppe fanno male. Don Antonio non capì, o non volle capire. Quando, nell’ottobre del ’62, un incorruttibile funzionario di polizia lo arrestò, tutti a Napoli sapevano che il camorrista non sarebbe rimasto in carcere a lungo: infatti il giorno dopo l’arresto i compagni di cella lo giustiziarono.
Il maxiprocesso di Palermo contro la mafia si aprì nel febbraio del 1986. Per mesi Luciano Liggio tacque. Infine, al Presidente della Corte che gli domandava se conoscesse Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, Liggio rispose “ Riina sta nel mio cuore, ma questo Provenzano non lo conosco”. Tre anni dopo un giornalista di “ Repubblica” ( 23-3-1989), ricordando l’episodio, esprimeva il sospetto che Luciano Liggio si fosse servito dell’aula del tribunale, dell’occasione fornitagli dalla domanda del magistrato, e dei giornalisti, per mandare una “mmasciata” a chi aveva il dovere di ascoltare e di capire: il mio erede è Riina, non è Provenzano. La struttura della “mmasciata” era complicata, per il mittente, che era obbligato a pesare le parole, ad essere oscuro e chiaro nello stesso tempo, e per il destinatario, che doveva decifrare correttamente e capire fino in fondo: insomma, un difficile esercizio di ermeneutica.
I delinquenti di oggi – non mi va di chiamarli camorristi – sono figli dei film, delle serie televisive, e delle tecniche di comunicazione da social network. Non mandano messaggi allusivi, che richiedono riflessione e pazienza, scrivono lettere, come al sindaco di Nola, e bigliettini, come a Enrico Compagnone, impiegato dell’Ufficio Tecnico del Comune di Ottaviano, il quale sabato scorso ha trovato nella sua automobile, aperta dal misterioso “postino”, dei proiettili e una “mmasciata” scritta su carta, che lo esortava a farsi i fatti suoi. Ho scritto su fb che era fatale che la cosa succedesse: per due motivi: prima, perché Enrico Compagnone è competente e coraggioso, sa vedere i fatti e, soprattutto, sa leggere la connessione dei fatti; poi, perché alle pendici del Somma-Vesuvio anche le parole hanno un’anima, e le tre parole “Ufficio” “Tecnico” “Ottaviano”, messe una accanto all’altro, ho il sospetto che scatenino dei flussi magnetici mesmerici, o evochino, dalla notte dei tempi in cui il Municipio era ancora un convento, la maligna presenza di un “munaciello”. Solo così si possono spiegare i misteri che dalla metà del ‘600 fino alla “mmasciata” di sabato, fatta salva la correttezza dei funzionari tutti, si annodano intorno ad alcuni uffici del Comune: già l’ho scritto, ma certe cose è meglio ripeterle.
Secondo le statistiche degli studiosi di camorra, i sindaci e i capi degli uffici comunali sono i destinatari del maggior numero di “mmasciate”: la “mmasciata” a Enrico rappresenta una novità non solo per la chiarezza didattica, ma anche perché è stata inviata a un impiegato: il che dovrebbe rendere più agevole l’individuazione dei “fatti” di cui Enrico si stava interessando. Ovviamente, egli se ne interessava, perché gli era stato ordinato di interessarsene: a me, accanito lettore di gialli, pare che questo sia l’aspetto più notevole della vicenda, che questo sia, avrebbe detto Pepe Carvalho, il nodo della questione. La platealità del messaggio si può spiegare in due modi. Oggi i delinquenti – giovani e meno giovani – della Campania Felice tendono ad essere “squarcioni”, a recitare da “masti”, soprattutto se sono delle mezzecalzette: credono che “spararsi la posa” li aiuti a occupare più agevolmente gli spazi abbandonati, per ragioni diverse, dai camorristi della generazione che combatté, nel Vesuviano, nel Nolano e in Terra di Lavoro, l’ultima guerra di camorra, quella tra la NCO e la Nuova Famiglia. L’esibizionismo sottolinea ogni loro modo di essere e ogni loro gesto: dal taglio dei capelli alla “camminatura”. La platealità della “mmasciata” a Enrico è servita anche a comunicare a tutti gli Ottajanesi che ci sono – ci sarebbero- tizi e “fatti” che non bisogna toccare, che qualcuno pretende che non siano toccati. Ma la “squarcioneria” non ha mai portato fortuna ai delinquenti.



