Una splendida edizione. I Sangiovannari hanno saputo annodare il passato al presente e al futuro anche grazie alle “cose” che raccontano antiche storie: il tutto, in un clima di nobile semplicità, che conferisce decoro anche alla presenza di un orinale.
Non mi piacciono i Presepi “viventi” in cui i segni della storia e del mito si esauriscono nei dettagli di palandrane e di attrezzi presi a nolo e gli “attori” non hanno un grammo di naturalezza: stanno in posa, e aspettano che la cerimonia finisca. Quest’anno il Presepe di San Giovanni con un colpo d’ala si è sottratto al destino di “storia conclusa” che incombe sulle manifestazioni di questo genere quando non si rinnovano. In questa edizione è come se gli organizzatori avessero riscoperto l’incanto dei luoghi: e non mi riferisco solo alle strette strade del quartiere antico, al contrasto tra gli spazi chiusi, di qua, e di là la campagna che, attraverso la dolcezza dei tuori, si slarga verso il vasto respiro della remota pianura nolana. La meraviglia del quartiere San Giovanni è lo scintillio della pietra, la sua nobiltà plebea che la rende adatta alla fabbrica dei chiusi palazzi signorili, e alla solida struttura dei bassi: è questa pietra vesuviana, tagliata, levigata come nero cristallo, sfrangiata, aspra, a suggerire l’impressione che bassi, case del primo Novecento, le dimore ottocentesche dei signori e le cantine ipogee siano un solo, meraviglioso castello, una fantastica Casa di muri e di specchi.
E poi ci sono i Sangiovannari: un Sangiovannaro non sarà mai uno stanco figurante, un manichino coperto da un addobbo. I Sangiovannari interpretano, si calano nei personaggi, li ravvivano con la loro ironia maliziosa, con la malinconia che viene da una saggezza antica quanto il loro quartiere. Vivono i loro sentimenti con una sincerità che fatalmente si colora di azione e dunque di “teatro”. Di San Giovanni era Tiberio Guastaferro, uno dei più grandi predicatori “girolamini” del sec.XVII, uno che quando sermoneggiava dal pulpito, riusciva a portare la folla dei fedeli alla paura, e un attimo dopo alla meraviglia, e poi alle lacrime: la sua predica era azione scenica. I Sangiovannari quest’anno hanno organizzato un Presepe diverso: hanno rappresentato con nobile naturalezza l’anima plebea della “recita”, hanno finalmente riscoperto che il Presepe è “teatro” verticale, perché nasce dalle tradizioni, dalle memorie, da personaggi in carne e ossa che scrissero la storia minuta, e perciò autenticamente vera, dei luoghi: non un oste, non una ricamatrice, ma “quel” canestraio, “quell’”oste, “quella” ricamatrice, “quella” maestra di scuola che alla fine dell’Ottocento teneva una classe con decine di alunni, e insegnava a leggere, a scrivere, a pregare, a ricamare, a curare l’igiene della persona: insegnava ai ragazzi che poi insegnavano ai genitori.
E’ stato il Presepe degli oggetti e degli strumenti che si fanno “cose”, e parlano, e raccontano la storia: lo scardasso per “cardare” la lana, i vasi, le zuppiere, la macchina per cucire Singer, che grazie all’abilità della signora che la metteva in moto ancora evocava l’immagine di cortili, di gruppi di donne schierate in circolo – un cerchio di scialli – che costruivano trame di tessuti e, a bassa voce e con gli sguardi, trame di parole dette e non dette. E nella postazione della partoriente parlavano nobilmente anche i due vasi da notte, i due pitali, o, più giustamente, i due orinali: e a qualche giovane, che ho visto, in un moto di lieve disgusto, arricciar la nasecchia, qualcuno dovrebbe raccontare le storie dell’orinale, i capitoli sul decoro, sulle pratiche magiche, sulla medicina popolare, e quelli, comici, sugli “appiccechi” e sulle “custioni” che di tanto in tanto le donne scatenavano nei cortili: vaste antologie di racconti, con un solo protagonista, “’o rinale” (v.foto). Questo teatro “verticale” a San Giovanni parte dalla cantina ipogea del palazzo d’angolo di via Salute e dalla postazione dell’ “osteria”, con gli “attori” vestiti da carrettieri e “mercatari” e realisticamente intenti a “fellare” pane e salame: gesti, luoghi, abiti, emozioni: una sola concreta lezione per chi, a Ottaviano, si occupa, o dovrebbe occuparsi, di turismo.
Il Presepe di quest’anno è stato anche un “teatro” orizzontale: gli organizzatori, – cito per tutti Vincenzo Caldarelli -, gli “attori”, il popolo intero del quartiere ci hanno detto, con il loro impegno, con il loro entusiasmo, che vogliono costruire, sui tesori della storia e delle tradizioni, una stagione nuova di progetti e di iniziative. E perciò credo che il simbolo del Presepe 2016 siano Rita e Francesca, le due ragazzine che aprono l’articolo con il loro sorriso, e con un gesto, il lavorare l’impasto, che è denso di significati: la speranza, la continuità, l’augurio dell’abbondanza, la certezza che le mani della saggezza e dell’innocenza possono trarre forme perfette anche da una massa informe.








