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giovedì, Ottobre 28, 2021

“Irrational Man”, il nuovo film di Woody Allen, è un’occasione mancata.

In questo film l’originalità di Allen è una luce spenta quasi del tutto: anche i dialoghi hanno perso smalto e brillantezza, e le citazioni letterarie non riescono a metter vita in battute quasi sempre banali. La trama è goffa e lenta.
Woody Allen è indiscutibilmente uno dei migliori registi viventi, il suo tocco è facilmente riconoscibile, il suo stile è inimitabile e, da sempre, trapela da ogni sua pellicola quel legame forte, quasi morboso, che lo lega alla settima arte. Il suo marchio è riconoscibile anche quando fallisce, ma, se si parla di un film come “Irrational Man”, sarebbe meglio che non lo fosse.

Protagonista della pellicola è Joaquin Phoenix nei panni di Abe Lucas, professore di filosofia in un campus di Rhode Island, conosciuto quasi più per i suoi pessimi costumi che per i suoi meriti : è considerato un bevitore, un uomo selvaggio, un seduttore e un depresso cronico. Egli, pur avendo iniziato una relazione clandestina con Rita (Parker Posey), sua collega, e pur essendo spesso impegnato a flirtare con la studentessa Jill (Emma Stone), è  insoddisfatto in misura preoccupante. Solo quando ascolta una conversazione casuale in un bar, Abe si rende conto che ha l’occasione di uccidere uno sconosciuto in modo del tutto casuale e, per di più, spinto da una giusta causa: si tratta di un delitto perfetto e perfettamente giustificabile e che darà finalmente un significato apprezzabile alla sua vita.
Allen ha fatto miracoli in passato con racconti morali superficialmente simili, ma “Irrational Man” è un rimaneggiamento abbozzato. Il personaggio dell’intellettuale in crisi esistenziale è un cliché visto e rivisto in tutta la storia del cinema, ma non per questo meriterebbe di essere bocciato in partenza. In questo film, però, va bocciato. Il problema principale riguardante il protagonista è che Abe Lucas ostenta la sua conoscenza ripetutamente, cita Kant, Heidegger o Simone de Beauvoir ogni paio di minuti, per non parlare di Emily Dickinson, Paul Gauguin, e il poeta Edna Saint Vincent Millay, pare quasi che le citazioni siano collocate qui e lì unicamente per rendere meno banali gli scarni dialoghi tra i personaggi. È inevitabile chiedersi dove sia finito il Woody Allen che caratterizzava così brillantemente,  “alla Bergman”, i suoi personaggi paranoici e idiosincratici. Perfino la potente influenza di Dostoevskij appare come un pretesto per arricchire una trama deludente, così quella brillante pellicola che è “Crimini e misfatti”, nella quale Allen esplorò meravigliosamente “Delitto e castigo”, appare lontana anni luce. Uno o due belle gag e  finale tortuoso non possono portare questo alla vita.

La questione centrale di tutto il film (“L’omicidio può mai essere giustificato da convinzioni moralmente corrette?”) è molto interessante, ma non è trattata in modo sufficientemente accurato: difatti la trama ingrana in maniera goffa e lenta. In definitiva, in “Irrational Man” l’intelligenza scattante di Allen non viene mai alla ribalta, l’idealismo fuori posto e la mancanza di qualsiasi tipo di profondità rendono questa un’occasione mancata (una o due gag divertenti non danno vita ad un film), non una pellicola affascinante ed imperdibile.

 

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