Luciano racconta la storia vera di un geniale ciarlatano che seguì Cristo e la filosofia cinica, e decise di morire come un saggio indiano, per conquistare una fama immortale. Lo scrittore gli riconosce il merito di aver saputo trasformare la folla in “pubblico” orientandone gli umori.
La storia di Peregrino, raccontata all’amico Cronio da Luciano di Samosata che fu testimone del suo filosofico suicidio, è una storia di oggi perché concorrono a costituirne l’incredibile trama non solo la folle vanità di un personaggio che dopo una vita di imbrogli e di molte “maschere” decide di suicidarsi per diventare un mito, ma anche le reazioni della folla e l’incredulità e il sarcasmo del narratore
E’ l’estate del 165 d.C. Luciano si reca a Olimpia, per assistere, per la quinta volta, ai Giochi. Giunto a Elide, mentre passeggia nella palestra, vede un tale che parla alla folla agitandosi e urlando. E’ un certo Teagene, un seguace della filosofia cinica, il quale sta confermando la notizia che il filosofo Peregrino Proteo “si brucerà vivo in pubblico, durante le Olimpiadi” e così si porterà al livello di Zeus, padre di tutti gli dei.” E nessuno si permetta di dire che Peregrino Proteo lo fa per vanità”: sono queste le ultime parole di Teagene, che poi si scioglie in lacrime “in modo comicissimo” e si strappa i capelli “ma senza tirare troppo”. Mentre altri “cinici” lo portano via, si fa avanti uno del pubblico, che dopo aver frenato, a fatica, il riso, dichiara che svelerà qual è la vera storia di Peregrino. Luciano non ci dice il nome di questo “demolitore”: molti studiosi pensano che sia stato proprio lui a prendere la parola, nascondendosi sotto l’anonimato: è un trucco che lo scrittore usa anche altre volte. Ora racconta una straordinaria storia.
Peregrino Proteo, “questo capolavoro di natura e di arte” è stato un adultero: in Armenia si fece scoprire, “si buscò una scarica di botte” e scappò saltando giù da un tetto, “con un ravanello infilato” in quel posto là. In seguito fuggì anche da Pario, sua patria: aveva strangolato il padre. Fuggendo arrivò in Palestina, conobbe i Cristiani, studiò i loro testi e in breve divenne il loro profeta, il loro capo, “naturalmente dopo quell’uomo che fu crocifisso in Palestina”. In quanto profeta e capo dei Cristiani, venne arrestato. Gli altri Cristiani cercarono di tirarlo fuori dal carcere in ogni modo, fecero venire da alcune città dell’Asia personaggi importanti “a loro spese”, corruppero le guardie, schierarono davanti alla prigione “vecchiette, vedove e ragazzetti orfani” e, soprattutto, fornirono a Peregrino molto danaro. Infatti, i Cristiani, ammaestrati “da quel saggio che era stato crocifisso, disprezzano tutti i beni materiali e li considerano proprietà comune.”, ma in questo modo corrono continuamente il rischio di essere truffati da “abili ciarlatani”. Il governatore della Siria, avendo compreso che Peregrino era uno stolto e che avrebbe accettato anche di morire per conquistare la fama di martire, lo fa uscire dal carcere e lo rimanda in patria: dove lo arrestano per “la faccenda dell’assassinio del padre”.
In tribunale Peregrino si dimostra veramente degno del soprannome di Proteo, il dio multiforme, dalle molte maschere. Si presenta davanti ai giudici nelle vesti del povero esule, “capelli lunghi, mantello sudicio, una bisaccia appesa al fianco, appoggiato a un bastone” e dichiara di lasciare al pubblico erario il patrimonio del padre. Che ammontava a pochi spiccioli. Ma questo non conta. La città applaude e pretende, e ottiene, che il parricida venga assolto. Peregrino si rimette in viaggio: i Cristiani gli guardano le spalle e coprono ogni sua spesa. Ma poi egli si fa sorprendere mentre mangia un cibo “proibito” , forse carni di un sacrificio pagano, e i Cristiani lo cacciano via. Il ciarlatano indossa l’ultima maschera: si converte alla filosofia cinica, si rasa metà del capo, si spalma il viso di fango, “si masturba in pubblico”, e va in giro a recitare la parte del nuovo Diogene, del “cane” che abbaia contro tutti: l’insulto diventa il suo mestiere.
Ma anche nel mondo antico i “cani” che abbaiano insulti suscitano l’attenzione solo per poco: viene rapidamente il momento in cui gli altri, invece di ascoltarne i latrati, li prendono a bastonate. “Trascurato ormai da tutti e non più al centro dell’attenzione”, Peregrino annuncia al mondo che durante la prossima Olimpiade si brucerà vivo, “per insegnare agli uomini a disprezzare la morte”: intanto, con un ultimo colpo di teatro, inventa storie fantastiche di antichi oracoli – anche di un oracolo della Sibilla – secondo i quali egli è destinato a diventare un dio, un “demone della notte”
Questo è il racconto del demolitore. Ad Olimpia si recita l’ultimo atto. Concluse le gare, al sorgere della luna alcuni “cinici” appiccano il fuoco al rogo fatto di legna resinosa e di sterpi, e quando le fiamme divampano “altissime”, Peregrino depone il mantelletto, la bisaccia e il bastone, resta in tunica di lino “rigorosamente sudicia”, getta nel fuoco dell’incenso, guarda verso il sud, dice “Anime di mia madre e di mio padre, accoglietemi benevolmente” e salta in mezzo alle fiamme che subito lo avvolgono. Il sud è, per la religione indiana, la sacra terra dei Mani, delle anime dei morti. Volgendo il suo ultimo sguardo verso il sud, Peregrino ha voluto dire che egli muore come i saggi dell’India: ma, osserva cinicamente Luciano, i saggi dell’India si fanno arrostire lentamente dal fuoco, mentre lui ha risolto tutto in un attimo. Anche la sua morte, insomma, è il raggiro di un ciarlatano. A chi non ha potuto assistere alla scena e gli chiede notizie Luciano si diverte a raccontare cose fantastiche: quando Peregrino si è gettato sul rogo, la terra ha tremato e ha muggito, e, inoltre, dalle fiamme è volato via un avvoltoio, che diceva chiaramente: “Ho lasciato la terra per raggiungere l’Olimpo”.
Poche ore dopo Luciano scopre che le sue fantasie, diffondendosi tra il pubblico dei giochi, tornano a lui già trasformate in verità. Un tale “con aria di serietà” gli giura di aver visto un avvoltoio alzarsi in volo dal rogo, e soprattutto, di aver incontrato, pochi momenti prima, lo stesso Peregrino, già risorto, mentre passeggiava, “raggiante e coronato di olivo selvatico” – la corona degli atleti vincitori- nel portico del bosco sacro di Olimpia.
Il mondo antico conosceva già tutte le delizie della comunicazione globale.







