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giovedì, Ottobre 28, 2021

Nel 79 d.C “gli dei si vergognarono di aver permesso la distruzione di Pompei ”. Oggi il vescovo di Ascoli chiede a Dio: “E ora che si fa?”

“Il terremoto è polvere” ha detto mons. D’ Ercole: polvere vera, che copre la vista, e può diventare simbolo della disperazione. Nel disegno di Elio Varuna l’Italia avvinghiata da un mostro succhiasangue. Il terremoto di Lisbona (1775) e la perenne attualità delle riflessioni di Voltaire e di Rousseau.

 

La Chiesa tutta dovrebbe essere grata a mons. Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, che, nell’omelia tenuta durante i funerali delle vittime del terremoto, è riuscito a non impantanarsi nello stagno della retorica, e ha osato dar voce alle domande che  tutti si pongono quando la Natura ci ricorda la nostra debolezza, la sua potenza e la sua spietata indifferenza di fronte ai progetti e alla vita di donne e di uomini, di fronte all’ innocenza dei bambini. Sono giorni in cui non è facile tenere distinte la verità della commozione dalla retorica del pathos, sono giorni in cui un giornalista della Rai si mette a discettare, in diretta, con il cuoco di una tendopoli sul menù domenicale del pranzo che verrà servito agli sfollati: roba da far schiattare d’invidia tutti i gastroconduttori della TV. Sono giorni in cui i rappresentanti delle istituzioni, non trovando, certamente a causa delle lacrime, un concetto originale, ripetono la litania del “non vi lasceremo soli”, come se intervenire, sistemare, aiutare, provvedere fossero impulsi della loro privata generosità, e non il dovere primo, minimo, ovvio, di chi governa la cosa pubblica. Speriamo che gli infelici di Amatrice, di Accumoli e degli altri luoghi del disastro riescano a sottrarsi all’abbraccio e alla compagnia di quegli “amiconi” che in Sicilia, in Campania e in Abruzzo sono usciti allo scoperto non appena i “media” hanno spento i riflettori, e si sono subito messi all’opera per trasformare la tragedia in un affare. Del resto, questi abbracci mortali quegli infelici li hanno già sperimentati: in questi giorni sono crollati, in parte o in tutto, edifici pubblici “migliorati”, dopo il terremoto dell’Aquila, con lavori costati milioni di euro.

La riflessione del vescovo di Ascoli Piceno ha posto immediatamente fine ai penosi sermoni di chi incominciava a leggere il sisma come una punizione inflitta da Dio al popolo che considera legittime le unioni civili. Questa concezione biblica della catastrofe – terremoti ed eruzioni come le piaghe d’ Egitto – la Chiesa l’ha rinnegata con una fatica e con una  lentezza che hanno lasciato un segno poco piacevole anche nella storia delle genti vesuviane.Dopo l’eruzione del 79 d.C. Marziale immaginò che gli dei dell’Olimpo, turbati dal terribile spettacolo delle città sepolte sotto la “lugubre cenere” del Vesuvio, “non avrebbero voluto che la cosa fosse stata loro permessa”: che è un ragionamento complesso e tortuoso, in fondo al quale c’è un concetto chiaro: nella circostanza gli dei non si vantano del loro potere, anzi se ne vergognano. Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, interpretò la distruzione di Ercolano e di Pompei come prova della caducità della vita degli uomini e delle loro costruzioni, mentre i teologi cristiani non ebbero dubbi, fin dal primo momento: Tertulliano e Prisciano, vescovo di Barcellona, scrissero che Pompei e Ercolano erano teatro di tutti i vizi, peggio di Sodoma e di Gomorra, e perciò erano state distrutte dal fuoco del vulcano, scatenato dall’ira di Dio. Nel 1767 i Gesuiti fecero intendere che il Vesuvio si era imbestialito per colpa di Tanucci che aveva osato cacciarli via da Napoli e non ci fu eruzione, dal 1631 a quella “terzignese” del 1929, in cui dai pulpiti non venisse lanciato sulle genti vesuviane il monito a pentirsi: un monito che suonava come un anatema.

Il primo giorno di novembre del 1755 Lisbona venne completamente distrutta da uno dei più violenti terremoti della storia, e dal maremoto che le scosse scatenarono. Alcuni dottori in teologia scrissero che il Portogallo pagava, con questa catastrofe, la colpa d’aver saccheggiato l’oro del Brasile, e che la parola stessa, “catastrofe”, bisognava intenderla non solo nel senso materiale di disastro “che capovolge” la condizione solita delle cose, ma nel senso morale di “rovesciamento” del modello di vita, di conversione preceduta da salutare pentimento. Per fortuna meditarono sull’evento anche Voltaire e Rousseau. Voltaire trovò nel terremoto il conforto alla guerra che aveva intrapreso da qualche tempo contro l’ottimismo di chi credeva nell’armonia del cosmo e nel progresso universale: la conversione al pessimismo radicale nel 1759 gli avrebbe dettato le pagine amare di “Candido”.

Rousseau  risponde a Voltaire con una “Lettera” in cui difende le ragioni dell’ottimismo con una riflessione pacata, percorsa in alcuni passaggi da una pungente ironia. Prima di tutto, scrive Rousseau, non bisogna addossare alla cieca natura anche le colpe degli uomini: sono stati i Portoghesi ad ammassare in poco spazio ventimila edifici “di sei e sette piani”, e molti si sarebbero salvati, se dopo la prima scossa non fossero tornati nelle loro abitazioni a prendere “abiti, soldi, documenti” e a farsi sorprendere, e schiacciare, dalla seconda scossa. E’ probabile, inoltre, che la morte di migliaia di abitanti della Terra serva a tutelare l’equilibrio del cosmo, e le condizioni di vita degli abitanti degli altri pianeti, “perché non possiamo escludere che anche altri pianeti siano popolati”.

Dice Rousseau, e costruisce un paradosso, di aver imparato proprio da un romanzo di Voltaire, “Zadig”, che spesso la morte prematura è preferibile a una lunga vita, ed è meglio morire subito, sotto le pietre, che dopo una tormentosa malattia, dopo l’asfissiante assedio dei medici “assassini”, degli eredi, dei “preti barbari”. E infine, se il pessimismo cosmico di Voltaire promette, a conclusione di una vita fatta di sofferenze, solo una morte che disgrega in polvere il corpo e l’animo, è preferibile credere, in nome dell’ottimismo, in un Dio e nel suo ordine provvidenziale: non costa nulla e in più viene garantita la consolazione della speranza.

Ovviamente, Rousseau sa che il confronto resta aperto: perché le domande sono tali da lasciare lo spazio per risposte di segno opposto. “Il terremoto è polvere” ha detto mons. D’ Ercole: polvere che copre la vista, e diventa simbolo concreto della disperazione, del dubbio, dell’incertezza. E l’Italia pare proprio quella costruita da Elio Varuna nella “tecnica mista” che correda l’articolo: un Paese avvinghiato da un mostro succhiasangue, un cuore occluso da decine di problemi. Ma l’opera si intitola “Sursum corda”, “In alto i cuori”, e non sai se il titolo è amara ironia, o un varco aperto alla speranza. Alla speranza fanno pensare, oggi, la prontezza, l’ampiezza e la consistenza della generosa e commossa solidarietà: ma bisogna evitare che ad Amatrice e ad Accumoli le luci si spengano  nel buio del silenzio così caro agli sciacalli.

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