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Nel 1899, a Napoli,  uno dei primi casi di “concorso esterno” alla camorra: quello dell’on. Casale

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Con una denominazione linguisticamente infelice – il concorso in un reato non può essere mai esterno- si indica, da sempre, l’attività nefasta di “maschere” apparentemente “pulite”-politici, imprenditori, mercanti, manovratori di danaro – che si servono e sono servi dei malavitosi patentati. Il reato divenne una costante del panorama criminale con le trasformazioni della mafia e della camorra. Cambiare il nome si può, ma eliminare il reato è un oltraggio alla storia e all’intelligenza. Oddio, tutto può succedere….L’immagine di corredo è presa da internet.

 

Tra la fine dell’’800 e il primo decennio del ‘900 la camorra napoletana si trasforma radicalmente e si organizza per entrare negli spazi dell’economia, della politica, della società borghese. Scrive nel 1908 Eugenio De Cosa, funzionario di polizia, che il “camorrista moderno” sa con largo anticipo a chi verranno aggiudicati gli appalti delle amministrazioni, regola le vendite all’asta pubblica, “concerta e mena a termine questue e feste di beneficenza da cui detrae lauta sua spettanza”, “manovra” durante le elezioni pacchetti di 200 voti (Gigi Di Fiore, La camorra, Torino, 2006). In questo contesto politici “alti e bassi” e funzionari dello Stato incominciano a incorrere in quel particolare reato che con infelice espressione verrà classificato come “concorso esterno” all’azione della camorra, ma di fatto indicherà le pericolose relazioni tra rappresentanti e organi dello Stato, da una parte e, dall’altra, il sistema delinquenziale. Il giornale “La Propaganda”, fondato dai socialisti il 1° maggio 1899 e pubblicato prima ogni settimana e poi ogni giorno, iniziò da subito una dura campagna contro il sindaco liberale Celestino Summonte e contro “Il Mattino” di Scarfoglio e di Matilde Serao, e poi concentrò i suoi strali contro Agnello Alberto Casale, deputato e consigliere provinciale, che aveva la sua base elettorale in un quartiere, diciamo così, delicato, l’Avvocata.  Il Casale venne accusato dal giornale di essere il vero padrone del Municipio di Napoli e di assegnare a suo piacimento “posti, sussidi, favori. Egli pensa ad avere gente fida nelle commissioni d’imposta per tenere a sé il ceto dei commercianti della sua sezione, pensa ad avere amici nella Prefettura e nella Questura per salvare l’altra parte del suo esercito: la camorra”. Egli controllava gli appalti e le assunzioni di guardie municipali e di esattori del gas, manovrava per il trasferimento delle guardie carcerarie e stabiliva i contributi per le società di navigazione (I.Sales, Storia delle camorre, Palermo, 2022, p. 196). L’on. Casale querelò il giornale e il processo per diffamazione iniziò il 22 novembre del 1900 davanti alla sesta sezione penale del Tribunale di Castelcapuano: l’accusa fu affidata al sostituto procuratore del Re Raffaele De Notaristefani. Come testimoni a favore l’on. Casale presentò Enrico Pessina e il sostituto procuratore generale della Cassazione napoletana, Francesco Saverio Gargiulo, mentre Arturo Labriola, Errico Leone e Carlo Altobelli testimoniarono a favore del giornale.  Ma non ci fu dibattito. Come scrive Gigi di Fiore, la pubblica accusa, invece di attaccare i giornalisti, che erano stati denunciati dal Casale, alla fine li difese. E dopo nove giorni arrivò la sentenza: gli imputati vennero assolti, perché, come aveva sostenuto il De Notaristefani, era stata raggiunta “la prova della verità”, e l’on. Casale venne condannato a pagare i danni e le spese del giudizio: si dimise da ogni incarico e la sua sconfitta provocò le dimissioni della “giunta” del sindaco Celestino Summonte e spinse il governo ad affidare al sen. Saredo un’inchiesta sullo stato della cosa pubblica a Napoli. Bisognerà parlare delle cose buone, ma anche degli aspetti perversi di questa inchiesta i cui risultati vennero usati da certi ambienti per gettare fango sulla città, ma ora ci limitiamo a pubblicare qualche passo del documento finale: “In corrispondenza quindi alla “bassa camorra” originaria, esercitata sulla povera plebe…si vide sorgere un’alta camorra, costituita dai più scaltri ed audaci borghesi…E’ quest’alta camorra che patteggia e mercanteggia con la bassa, e promette per ottenere e ottiene promettendo, che considera campi da mietere e da sfruttare tutta la pubblica amministrazione, come strumenti la scaltrezza, l’audacia e la violenza…Con lo sviluppo della camorra, la nuova organizzazione elettorale a base di clientele, di servizi resi e ricambiati in corrispettivo del voto ottenuto sotto forma di protezione, di assistenza, di consiglio, di raccomandazione, rese possibile anche lo sviluppo della classe dei faccendieri e intermediari, che nel periodo anteriore al 1860 era già un elemento indispensabile per il traffico degli affari…Gli atrii e le scale del Municipio, della Prefettura, le anticamere degli Istituti di credito e della Tesoreria, i corridoi degli uffici finanziari, le sale della stazione ferroviaria e le calate del porto” – anche gli emigranti avevano bisogno dei faccendieri e delle “interposte persone” – “le piazze più affollate, non meno che i vicoli più reconditi, pullulano di questi individui…” Saredo scriveva queste belle cose nel 1902. Da allora cosa ha cambiato la storia? E non mi riferisco solo a Napoli…..

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