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Nel 1832 Keppel Craven scrisse che a Somma, la notte, apparivano spettri e spiriti maligni

Robert Keppel Craven, nato nel 1779 dal barone William Craven e da Lady Elizabeth Berkeley, dopo un’agitata giovinezza si stabilì nel 1805 a Napoli, con la madre, e iniziò a viaggiare per il Regno, in carrozza, a osservare con attenzione usi, costumi e personaggi del Sud, e a descriverli in una serie di saggi pubblicati anche in Inghilterra. Nel 1834 acquistò un convento a Penta di Fisciano e lo trasformò in villa. A Napoli morì nel 1851. La sua opera contribuì, in modo significativo, a far sì che Napoli diventasse una delle capitali del turismo europeo.

 

Nello stesso anno Salvatore De Renzi incominciò a scrivere sul tarantismo e a spiegare perché riteneva che questo fenomeno di isteria fosse provocato non solo dal morso della tarantola, ma anche da quello della vipera. Tre anni prima aveva pubblicamente sostenuto che i Vesuviani sono inclini a fare violenza e a compiere delitti di sangue perché i “fuochi” del Vesuvio – i “fuochi” che continuano a inquinare l’aria anche quando il Vesuvio non erutta- “sporcano” gli umori e i nervi di uomini e donne. Anche Keppel Craven scrisse che “gli abitanti di tutte le città vesuviane sono considerati rissosi e impulsivi, se non addirittura sanguinari”, ma diede la colpa al vino, che i Vesuviani bevevano in grande quantità per calmare la sete “incredibile” provocata dalla “particolare natura dei cibi mangiati dai contadini”, dal “calore riflesso dalla sabbia nera e lucente sparsa alle pendici della montagna” e dalla penuria di “acqua buona: quella che c’è è scarsa e cattiva”.

“Un abitante di Somma, la cittadina situata sotto la vetta del monte omonimo”, confermò a Keppel Craven che durante la stagione estiva alcuni braccianti della zona bevevano “fino a 15 bottiglie di vino al giorno: e non passa settimana che non avvenga un omicidio.”. E a difesa dell’assassino scattava il sostegno dei vincoli famigliari che stringevano insieme non solo padre, madre e fratelli, ma anche i cugini, che non a caso erano – e sono chiamati “fratelli cugini”- e il compare, che era considerato “un parente prossimo”. A tutto questo si aggiungevano “l’insufficienza della legislazione vigente” e la corruzione degli “uffici secondari di polizia”: la “raccomandazione di qualche personaggio influente” e una piccola somma di danaro bastavano ad assicurare “l’impunità del colpevole per quasi ogni delitto”. E la gente, che osservava “con indifferenza” lo spargimento di sangue “provocato dalla furia irrefrenabile della passione in un futile alterco”, non sopportava quello versato da un condannato a morte durante una pubblica esecuzione. Perciò il condannato veniva scortato da numerosi soldati il cui compito era quello di “respingere eventuali tentativi di liberarlo. Io stesso ho veduto delle donne affrontare i gendarmi e invitarli a lasciar fuggire i criminali più efferati, appoggiando i loro argomenti con colpi e sassate”.

Se l’omicidio avveniva di notte, il corpo della vittima veniva generalmente abbandonato “in un crocevia dove i territori di Somma, di Ottaviano e Nola si toccano” (a Piazzolla?). Si aprivano subito i conflitti di competenza tra le giurisdizioni delle tre città, e tutto questo dava al colpevole il tempo di fuggire in luoghi per lui sicuri. Ma quel crocevia nessuno osava attraversarlo di notte: perché era persuasione diffusa che dopo il tramonto comparissero lì “spettri di varia forma, uomini senza testa, asini con orecchie di fuoco, pallidi cavalli montati da mostri infernali, teschi che ghignano nella cavità degli alberi, orsi enormi”. Potevano comparire, soprattutto nei giardini delle ville, “nanerottoli vestiti da prete con i loro cappelli a larghissime tese”: erano “i monacielli”, spiriti benigni, capaci di manifestarsi anche all’interno delle case. E coloro che abitavano in questi luoghi preparavano, per l’ospite notturno, del cibo, “nella speranza di vederlo trasformato in oro”.

Perciò i Vesuviani commentavano ogni improvviso aumento di ricchezza con un adagio: il fortunato “forse avrà ‘o munaciello a casa”. “Ma se il fortunato è tanto imprudente da vantare l’origine soprannaturale di questi doni, essi svaniscono come sono venuti”. Questo passo del Keppel Craven venne inserito da Atanasio Mozzillo nel libro “Viaggiatori stranieri nel Sud”, pubblicato, in prima edizione, nel 1964 e, in seconda, nel 1982. La splendida antologia è divisa in cinque sezioni: gli incanti; le strade; i briganti; i paesi; la terra. Preziosa è la bibliografia, a cui sono dedicate 50 pagine.

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