Fino al prossimo 23 febbraio il Museo di Capodimonte ospita “Les demoiselles des bords de la Seine (été)” di Courbet. Il quadro (olio su tela, cm. 174 x 200) Courbet lo dipinse nel 1857 aprendo, anche in pittura, la stagione del Realismo che un anno prima Flaubert aveva aperto in letteratura con il romanzo “Madame Bovary”. Il quadro, che agitò l’opinione pubblica, portò la rivoluzione non solo nella scelta e nell’impaginazione del “soggetto”, ma anche nella tecnica pittorica. Il Realismo “visse” a lungo nella pittura europea e americana, mentre proprio in Francia fu bloccato, nella tecnica, nella scelta dei colori e nella impaginazione,dalla “rivoluzione” degli Impressionisti.
Due anonime “signorine”, di quelle che Courbet incontrava ogni giorno per strada – e dunque non due dee dell’Olimpo, né due principesse – si riposano lungo la riva della Senna. E non parlano né con il fiume, né con gli alberi, come avrebbero immaginato un pittore accademico e un pittore “neoclassico”: cercano solo di salvarsi dal caldo, e perciò Courbet ci ricorda, già nel titolo, che era estate. I gesti e l’espressione delle due “signorine” rivelano – ha scritto il critico Attilio Bertolucci –“una certa animalità malinconica, un certo peso grave del corpo” che rappresentano “qualcosa di nuovo nell’arte del secolo, fanno pensare a Baudelaire e a Flaubert”. Nel 1854 Courbet aveva cominciato a lavorare all’Atelier del pittore (immagine in appendice), in vista dell’Esposizione Universale del 1855. Il quadro è il manifesto della sua poetica, ma, a causa delle grandi dimensioni, venne rifiutato dal Salon. Questo rifiuto portò Courbet a rispondere, nello stesso anno, con l’allestimento del “Padiglione del Realismo”, come decise di chiamare l’esposizione da lui costruita in Avenue Montaigne, a pochi passi dall’Esposizione dedicata alle Belle Arti: una sfida all’ Accademia e ai suoi precetti.. La scena di questo quadro è del tutto nuova nella storia della pittura: pare quasi che il pittore osservi di nascosto le due signore, che, ignorando di essere spiate, si distendono, senza grazia, in posizioni poco eleganti: una scena non infrequente sulle rive della Senna. Il difetto di grazia e di decoro, il disinteresse per la bellezza del luogo che le “demoiselles” ostentano e il cappello che “si stende” sulla testa di una delle due signore hanno indotto quasi tutti i critici a pensare che esse siano due prostitute: il particolare sottolinea in modo ancora più vigoroso il realismo della scena. Il disinteresse e la requie dei volti vengono esaltati, per contrasto, dall’intreccio delle linee create dalle pieghe delle vesti e dal sovrapporsi delle foglie, così come il bianco della veste della “dormiente” – il bianco “spinto in avanti” dalle velature di blu cobalto – porta luce nel cono d’ombra creato dai rami fronzuti e dalla veste dell’altra signora, “costruita” con un fondo in ocra scura, velato, dopo che si era asciugato, con brevi tratti di rosso e “chiamato” a far contrasto con il verde delle foglie. Courbet usò una tela col fondo in ocra chiara, dipinse i volti delle signorine con sottili pennellate di bianco di piombo in cui era stata diluita una “punta” di rosso ossido di ferro, realizzò la superficie delle foglie con sapienti tocchi di uno straccio accartocciato bagnato nel colore. In ogni caso, il disegno è ancora fondamentale per Courbet, soprattutto per suggerire all’osservatore la profondità dello spazio in cui è collocata la scena: compito che in questo quadro è affidato alla barca all’ancora nel fiume, spinta in avanti, nella nostra percezione, dal fascio di fiori che copre la parte centrale del corpo della signora in rosso e che permette al pittore di non disegnare quell’intreccio di pieghe che avrebbe bloccato il nostro sguardo e ci avrebbe impedito di cogliere la profondità della scena. Dunque, Courbet completava nello studio ciò che incominciava a dipingere a “plein air”, all’aria aperta. Leggo da qualche parte che egli si proponeva di rappresentare la “cruda” realtà: ma l’aggettivo non lo condivido. Egli voleva liberare la pittura dagli artifici dell’accademia e rappresentare la realtà vera, che non sempre è cruda. “Ho cinquant’anni e sono sempre vissuto libero; lasciatemi finire libero la mia vita; quando sarò morto voglio che questo si dica di me: non ha fatto parte di alcuna scuola, di alcuna chiesa, di alcuna istituzione, di alcuna accademia e men che meno di alcun sistema: l’unica cosa a cui è appartenuto è stata la libertà”. La lezione di questo Maestro giunse a Napoli “portata” dai pittori napoletani che le ragioni della cultura e del mercato invitavano a recarsi a Parigi: e fu una lezione duratura e preziosa, come cercheremo di spiegare.




