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Maggio 1645: a Ottajano riti sacri e profani contro la “siccitate”, punizione di Dio

Dell’episodio scrissi in un articolo di dieci anni fa. Ma un nuovo documento ci parla della confessione di un ottajanese, padrone di centinaia di buoi, che dichiara di aver chiesto aiuto, prima ancora che ai Santi, a persone segnate dall’empietà. Ma tutta la vicenda è una significativa testimonianza della cultura religiosa dell’epoca e della storia sociale di Ottaviano. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Francisco Goya “La processione dei flagellanti” (olio su tavola, cm.73×46).

E’ il maggio del 1645: da mesi non piove, e la siccità sta prosciugando la terra e “le biade” nel vasto territorio di Ottajano che è compreso tra le strade che vanno, una a Palma, e l’altra a Sarno. In realtà, non c’è solo grano in questi campi feraci, ci sono anche piante tessili – nella masseria “ dei Pozzi” c’è anche la robbia – e ci sono cavalli e vitelli, la cui sofferenza viene registrata puntualmente dal cronista. Giovanni Leonardo Ammirati, fattore dei Medici di Ottajano e Orsino Finiello e Micione Nappo, rappresentanti dei proprietari “indipendenti”, chiedono aiuto a Diana Caracciolo, che amministra di fatto il feudo al posto del figlio Giuseppe, che ha nove anni. I supplicanti vogliono una “rogazione”, una processione che chieda alla Provvidenza di porre fine alla siccità in un bagno di pioggia “benefica”: perché ci sono anche le piogge devastanti e malefiche. Racconta Ernesto De Martino che a Rivello e a Potenza certi frati, per costringere i contadini a pagare le decime dovute ai conventi, diffondevano la voce che essi fossero capaci, grazie a una formula magica, di librarsi in aria e di “pilotare” sui campi dei contadini ribelli nuvole temporalesche che avrebbero distrutto immediatamente il raccolto con gli scrosci di pioggia. Nella Campania Felix le “rogazioni” contro le calamità naturali facevano parte del calendario ufficiale delle processioni e si svolgevano, di solito, prima dell’Ascensione e, nei “luoghi” del vino, nella prima settimana di settembre. Nel Vesuviano si ricorreva al rito solo in casi eccezionali, che tuttavia erano diventati più frequenti dopo l’eruzione del 1631.Diana Caracciolo si rivolge a Ottaviano Altomando, che da quattro anni è il Priore del Convento del Carmine a Napoli. Il Priore, uno dei più importanti giuristi dell’Ordine, è ottajanese e appartiene a una famiglia di notai che sulla Montagna e nel Piano di Ottajano possiede oliveti e vigneti, case “palaziate” e masserie. Nell’interesse della comunità e anche nel suo interesse il potente Priore ottiene il placet per la “rogazione”, che si svolge nel pomeriggio rovente del 14 maggio 1645. Guida la processione il carmelitano Luca Antonio Rossi, che nonostante la giovane età ha fama di grande predicatore: e che tanta fama non sia usurpata l’hanno già sperimentato i fedeli di Marigliano e di Somma. Lo accompagnano Giovanni de Alia, “ dottore” della Chiesa Nolana, e tre sacerdoti ottajanesi, di cui il cronista indica solo i cognomi, Iovino, Parisi e Mazza. Dietro si snoda il corteo che si configura come una vera e propria processione penitenziale, in cui non mancano le donne “scapillate”: tutti i “supplici”, invitati “ a voce” dal carmelitano e dai sacerdoti, confessano i propri peccati e chiedono, tra le lacrime, che la Madonna e i Santi liberino i loro cuori dalle insidie del diavolo, e i campi, che il Rossi benedice e asperge senza sosta di acqua santa, dall’ inferno della siccità, “ a siccitate”. Ci sono anche i “flagellanti”, e almeno cinque “ottajanesi” chiedono perdono per il danaro guadagnato con l’inganno e con la violenza (l’usura?) e dichiarano, a voce alta di farne dono alle “congregazioni” perché lo distribuiscono alla povera gente. Antonio Caravaglio, “ottajanese”, padrone di “vaste mandrie di bovi nella piana tra Ottajano e le terre di Sarno”, dichiara “a voce alta” che, per guarire i “bovari, afflitti anche essi dall’ardore de la siccitate”, ha osato chiedere l’aiuto delle “tristi magare che vivono là nella piana”: si è rivolto a maghe e a “fattucchiare”. Sulle “streghe” e sui “guaritori” di questo territorio ha scritto uno splendido libro Gaetana Mazza. Nella “campagna” di Felice Sepe “napolitano” c’è un’edicola con l’immagine della Madonna del Carmelo, il cui culto si è diffuso nel territorio dopo l’eruzione del 1631: qui il corteo si ferma e il Rossi invoca la protezione della Madonna Nera. Lungo la “ via di Sarno”, nella “ campagna” di Scipione Ranieri, che “abita in Napoli”, ma è certamente ottajanese, c’è una “cappelluccia”: il cronista non dice a chi è consacrata, ma racconta che davanti ad essa il corteo invoca San Gennaro: il che ci induce a ritenere, per analogia, che al Patrono di Napoli sia dedicato quel luogo sacro.

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