Questa è l’impressione suggerita dalle cronache dei giornali e dalle intercettazioni. Un professore, intercettato, si augura, scherzosamente, che si costituisca una “cupola” incaricata di “amministrare” la distribuzione delle cattedre. I racconti della stampa inducono a credere che rispetto alle “spartenze” del passato ci sia un preoccupante scadimento del repertorio linguistico dei professori che si dividono il bottino.
Una mania: raccogliere per anni gli articoli che “raccontano” le battute, i modi di dire e il repertorio espressivo dei funzionari dello Stato e dei politici di ogni livello intercettati dall’ “orecchio” della polizia mentre parlano “tra di loro” di affari più o meno leciti, di “spartenze” del bottino, e di futuri progetti di grassazione. E riservare un raccoglitore agli articoli che registrano ciò che esce di bocca a lor signori quando vengono interrogati dai magistrati e sono mossi da amaro stupore – io, trattato come un delinquente – e dalla paura di fare la fine del “fesso” che paga per tutti. In Italia può capitare. Sono un peccatore incallito e perciò alla base della mia mania c’è non un’intenzione da moralista, ma la certezza che conoscere vuol dire riflettere sulle parole e sulle immagini. Del resto, anche questa spartizione di “cattedre tra le scuole di tributaristi” (CdS, 27 settembre) resterà impunita, come le spartizioni degli anni passati: è una lunga storia, fatta di bolle di sapone che si afflosciano e si dissolvono. Ricorda Gian Antonio Stella (CdS, 27 settembre) che nessuno pagò nemmeno per il concorso di otorinolaringoiatria del 1988, “vinto da sedici parenti o raccomandati”, e giudicato, non dai giornali, ma dai tribunali, come un intreccio di “plurime e prolungate condotte criminose”. Il direttore generale del Ministero scrisse, nella circostanza, che “l’annullamento di un atto non può fondarsi sulla mera esigenza di ripristino della legalità, ma deve tener conto della sussistenza dell’interesse pubblico”. Rileggete questo passo mirabile almeno due volte, e incominceranno a girare, nella vostra testa, strani pensieri, e in un’altra parte del corpo certi preziosi attributi sferici.
Dunque, i moralisti non cerchino colpevoli. Se proprio vogliono crocifiggere qualcuno, preparino i chiodi per lo spione, per questo Philipe Laroma Jezzi, ricercatore, che con la sua denuncia ha innescato la tempesta di bolle. Eppure il suo professore, nato e cresciuto nella Campania Felix e trapiantato a Firenze, l’aveva avvertito: “Non importa se sei bravo, questo è un do ut des…la logica universitaria è questa…è un mondo di m…Tu mi fai questi a Napoli e io ti do…Io ti chiedo Luigi e allora tu mi dai Antonio.” Il professore campano- fiorentino voleva che Philip si ritirasse, perché la sua presenza avrebbe bloccato la corsa di un altro ricercatore, che invece la Commissione aveva destinato alla vittoria.” Se ti ritiri, ti facciamo scrivere un paio di articoli, così reimposti il tuo curriculum.” Philip non si ritira, presenta una denuncia alla Guardia di Finanza, ma i professori “non si scompongono”, anzi alzano la voce, “se uno ti dà il messaggio di ritirarti, il motivo c’era.”. E Philip registra le conversazioni, ma “loro” si sentono più forti di tutto. Intangibili. Il giorno 3 ottobre “la Repubblica” ci informa che Philip, dopo l’apertura dell’inchiesta, ha ricevuto “solo tre messaggi di solidarietà, e nessuno dai vertici dell’ateneo”: tuttavia, poiché il professore ordinario è stato interdetto fino a marzo 2018 dai magistrati inquirenti, lui, l’”inglese”, esaminerà gli studenti e leggerà le tesi: insieme con un collega ricercatore, che è “indagato nella stessa inchiesta”.
Questo “scandalo” documenta una preoccupante banalità espressiva, un netto scadimento dello stile e del sistema linguistico rispetto agli scandali del passato. Otto anni fa un professore laziale, accusato di aver favorito la corsa del figlio, argomentò- nemmeno Demostene avrebbe potuto far meglio- che chi lo accusava era un ignorante plateale, nel senso che ignorava che i figli dei professori universitari sono destinati a diventare professori universitari, perché appena nati già respirano aria pregna di cultura universitaria: poco mancò che dicesse che perfino il loro seggiolone aveva la forma di una sedia da cattedra. Tre anni dopo un docente pugliese, accusato di aver pilotato la corsa vittoriosa del genero, sostenne, impassibile, che nei concorsi universitari contano, molto più dei titoli e delle pubblicazioni, le qualità psicologiche, che solo la commissione può misurare. Da un paio d’anni il linguaggio dei piloti dei concorsi tende a colorarsi – e sono colori sempre più grezzi- con espressioni tratte dal linguaggio dei mafiosi. Gian Antonio Stella ricorda la “sfuriata” del rettore di una università romana contro un ricercatore che aveva osato far ricorso per la “chiamata” di due colleghi che “erano senz’altro titolati, ma erano anche, incidentalmente, figli di professori” di quell’ ateneo. Se lei non ritira il ricorso, avvertì il rettore, “si cerchi un altro ateneo. Finché faccio io il rettore, lei qui non sarà mai professore”. Questa “sentenza” l’ho abbinata, chi sa perché, alla faccia di Cetto La Qualunque, mentre una “comica” di Checco Zalone pare la vicenda di Maria Luisa Catoni, “che dopo essere stata fellow a Berlino e senior fellow alla Columbia e dopo aver presieduto (unica donna italiana) una commissione dell’European Research Council, è stata scartata per “poche esperienze internazionali””. Tra Zalone e Siani sta la storia di un genovese, candidato al concorso su cui oggi si indaga, che “non portato da nessuno – nota il gip- “viene scartato, nonostante le sue 193 pubblicazioni”. E un docente detta alle sue assistenti un modello di giudizio di bocciatura: “Non c’è maturità, non c’è rigore metodologico adeguato alle tematiche indagate.” Dei candidati “portati” si scriverà che “hanno indagato tutti i settori, hanno indagato la parte speciale e generale.”.(CdM, 26 settembre) Questa passione del docente per il verbo “indagare”…..
Il 9 giugno 2014 un professore universitario, durante una cena “con alcuni amici tributaristi” parla dei concorsi e spiega, simpaticamente: “ognuno va lì con il coltello alla gola e dice “o mi dai quello o…quindi capite. Bisogna trovare delle persone di buona volontà che di qua e di là, di sotto e di sopra, ricostituiscano un gruppo di garanzia che riesca a gestire la materia nei futuri concorsi…che possano stare in una cupola, tanto per non usare un termine.”. Ha ragione l’oratore: due colleghi napoletani si fanno la guerra scrivendo lettere anonime e manovrando per far cadere i sospetti sul rivale….( CdM, 26 settembre). Se ci fosse una cupola…….
L’Università italiana resta un sistema integro e di alto valore. Ma sappiamo che la storia delle “spartenze”, avviata nel III sec. a.C. con la direzione della Biblioteca di Alessandria, non avrà fine. Mi auguro, tuttavia, che almeno il linguaggio e i modi degli amministratori e degli spartitori ( si può dire?) del bottino tornino ad essere degni di professori universitari. Che non capiti più di leggere articoli di gente che bazzica intorno a cattedre di atenei e di esclamare, dopo aver letto: ma ‘sta roba chi l’ha scritta? Fracchia?



