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Le città felici sono nascoste nelle città infelici

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Torna la rubrica “Le città invisibili”. Un salvagente che ci aiuterà a riflettere “piano”, con calma.

Italo Calvino intendeva con i termini “città invisibili” una riflessione sulla città moderna e sul significato che per gli esseri umani può avere l’idea di uno spazio sociale organizzato. Siamo ontologicamente dei cittadini al di là dei nostri comportamenti, perché non ci è concesso fare a meno degli altri e perfino le scelte degli anacoreti o dei claustrali sono in funzione della necessità di ritrovarci insieme.

Che cosa è una città per noi?” –  scrive Calvino – “Penso d’aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città”[1]. Il libro che si dipana attraverso un ideale dialogo tra Marco Polo e Kublai Kan, il grande imperatore, tenta di interpretare questa necessità e di trarne motivi di fiducia nella formazione di un ethos laico e tollerante. “Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che potranno valere al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio, le città sono luoghi di scambio, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi. Il mio libro s’apre e si chiude su immagini di città felici, che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici[2].

Per tutti questi motivi e in omaggio a tale profondo e unico scrittore, anni fa, abbiamo dato luogo ad una serie di riflessioni che si alimentavano a fatti di politica, di attualità sociale e culturale e che in qualche modo fossero icone e simboli delle caratteristiche delle comunità che li originava.

Oggi la rubrica ritorna, con il favore di alcuni, e viene ospitata ancora nel Il mediano, a cui è legata anche per motivi di non superficiale amicizia.

Ma perché rinasce? Quali ragioni sottende, rispetto già a tante parole che si moltiplicano spesso vacuamente?

Credo che il motivo principale sia da riconoscersi nella mancanza o almeno nella forte riduzione di spazi di dialogo. Un salvagente per poter farcela in un mare di pressapochismi e di qualunquismi, un’apertura alla possibilità di riflettere senza l’assillo di essere veloci, di esprimersi con slogan o con qualche frase rabberciata e ripescata nella spazzatura dei luoghi comuni.

Togliere spazio alla possibilità di ascoltare e di parlare con calma e razionalità si traduce in un immiserimento della vita sociale. Succede così che non comprendiamo più cosa succede intorno a noi e pur di farcene una ragione ripetiamo ciò che la massa o l’ultimo santone politico o religioso predica. In questa maniera le opinioni diventano fatti, il giudizio si fa pregiudizio e, disorientandoci, perdiamo il senso delle cose.

Forse non è scritto che potremo raggiungerlo, il senso delle cose, ma certamente dialogando, argomentando idee e pensieri, articolando discorsi documentati e non sporcati dall’esibizione costante di un’emozionalità sopra le righe, possiamo almeno tentare di riprenderci il gusto di fare comunità, di riassaporare la bellezza di conversare con chi non deve per forza essere un nemico, ma un cercatore di umanità come noi.

Ecco, le “città invisibili” si spendono per apprendere ad essere più umani. Perché non si nasce consapevoli della bellezza, si apprende ad esserlo. Gradualmente e con la reciprocità dialogica.

[1] Italo Calvino, Le città invisibili, Milano 2006, Presentazione dell’autore, p. IX

[2] Italo Calvino, op.cit. p. IX -X

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