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Le albicocche del monte Somma: una colossale occasione sprecata

Una grande opportunità di sviluppo che per insipienza ed incapacità palese della classe politica dirigente si è trasformata in una colossale occasione sprecata. Credo che parecchi agricoltori vesuviani abbiano avuto un momento di sussulto ed una sensazione di tristezza quando sulle reti televisive nazionali sono comparse, come tutti gli anni a giugno e luglio, le pubblicità delle albicocche, promosse da alcune regioni italiane. 

 

In un momento molto critico sia per i produttori che per i consumatori è sembrata opportuna la scelta fatta dalle Regioni di promuovere le albicocche, impegnando le più sofisticate tecniche di seduzione televisiva. L’obiettivo è quello di orientare le scelte dei consumatori su un frutto che è diventato un emblema estivo nazionale. I produttori vesuviani sanno benissimo, però, che non ci può essere paragone. Le albicocche, coltivate sul complesso del Somma Vesuvio sono speciali ed inimitabili per qualità, sapore, colore e valori nutritivi.

Qualche anno fa il quotidiano La Repubblica, in un editoriale con il quale promuoveva un Atlante dei prodotti tipici europei, apriva l’articolo ricordando che “Sul monte Somma, con un vero trionfo della variabilità genetica, esistono almeno 46 tipi di albicocche”. Infatti, grazie ad un terreno fertilissimo, ricco di microelementi minerali e grazie ad un particolare microclima, gli agricoltori, nel corso dei secoli, sono riusciti a selezionare varietà diverse di albicocche, conservando quelle che rendevano maggiormente per sapore, valori nutrizionali e pezzatura. Per questo le varie tipologie di albicocche conservano il nome di produttori, come ad esempio ‘Vicienzo e Maria’, ‘Carpone’, ‘Paolone’, Saverio o’ Push’ eccetera. Altre varietà, invece, hanno ereditato il nome del prezioso frutto giallo dalle caratteristiche e dalla forma, come ad esempio ‘Beccucce’, ‘Baracche’, ‘Vitillo’, ‘Pellecchielle’ ed altro. Insomma una grande tradizione che rappresenta la storia e la cultura. Verrebbe voglia, però, di chiedersi che cosa se ne è fatta di tanta ricchezza. I risultati sono evidenti: mentre le albicocche del nord Italia salgono sugli altari televisivi, quelle del Vesuvio giacciono nel più desolato abbandono. Nonostante la frutta sia diventata merce rara, da noi sul monte Somma, le albicocche si svendono o restano miseramente sugli alberi a marcire.  Naturalmente nessuno nasconde le difficoltà, sorte negli ultimi tempi, che rendono spesso poco redditizia la raccolta delle albicocche del Vesuvio, coltivate in zone impervie di montagna ed in feudi agricoli molto spezzettati. Certamente hanno vita più facile e ricavano maggiori entrate gli agricoltori del nord e centro Italia che coltivano su grandi appezzamenti  di terreni irrigui e pianeggianti. A questo punto, però, alcune domande sorgono spontanee: Ma il Parco del Vesuvio non era stato finanziato proprio per facilitare l’agricoltura in ambienti estremi e svantaggiati che favoriscono la variabilità genetica ed hanno grandi valori ecologici e naturalistici?  Ma cosa si è fatto per conservare ed incrementare la grande tradizione agricola del Vesuvio? Cosa hanno fatto le amministrazioni comunali e regionali per valorizzare una attività che rappresenta anche la nostra storia ed il paesaggio?  Forse non è neanche il caso di infierire. L’agricoltura vesuviana, dopo i fasti del passato, versa in uno stato comatoso, da cui sarà difficile fuoriuscire. Speriamo che una nuova classe politica, capace e diligente, riconsideri il passato e contando sull’enorme patrimonio delle risorse agricole, turistiche e naturalistiche, sappia risalire la china per rimediare ai guasti quasi irreparabili prodotti.

(fonte foto: rete internet)

 

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