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La taverna napoletana: il “luogo” dove la vita reale diventa teatro, racconto e pittura.

Il quadro di Vincenzo Migliaro “La pagliarella” è dipinto con i colori aspri della realtà delle bettole e con la luce, che Dupaty chiamò inesorabile, della Napoli plebea. Ma il migliore commento del quadro si trova nei verbali di polizia che raccontano storie di taverne e  di ostesse. Concetta, l’ostessa della “ Taverna della Zoccola”.

 

Una certa Concetta fece per anni la buona donna lungo le banchine del Porto: fu una di quelle prostitute che polizia e sacerdoti del sec.XIX avrebbero chiamato  stradaiole , perché per le strade più malfamate di Napoli raccattavano i loro clienti, e per strada, negli angoli bui, facevano mercato del loro corpo. Le schede della polizia, prima e dopo il 1860, attribuiscono alle stradaiole  volgarità estrema di modi e di linguaggio, e pare che i commissari di polizia, prima e dopo il 1860, proprio nella volgarità del linguaggio vedessero una minaccia per la moralità pubblica e per il prestigio del sistema. E non sbagliavano: perché spesso l’esasperata volgarità linguistica di queste donne portava in sé un sarcasmo istintivo, che demoliva l’ipocrisia delle istituzioni e  il perbenismo dei filistei. E dunque donna Concetta non si smosse di un pelo quando clienti e guardie appiopparono anche a lei il titolo di ‘a zoccola, la zoccola, il topo delle chiaviche. Conclusa la carriera, Concetta piantò  frasca dalle parti del Mandracchio e alla bettola diede un nome strepitoso, la “Taverna della Zoccola”, e un’insegna che era uno sberleffo, e cioè il disegno, scavato nella pietra, di un topo di chiavica, di una zoccola, appunto.

Se dobbiamo  credere ai verbali di polizia e alle velenose censure dei parroci, anche le ostesse vesuviane mettevano nella libertà dei loro comportamenti un eccesso di aggressività, un’ostentazione ora rabbiosa, ora irridente.

Era questa ruvidezza di modi la loro risposta  all’asprezza di un ambiente che pareva conoscere soltanto le ragioni della violenza e della prevaricazione: ed erano ragioni condivise da tutti i ceti sociali, che ne avevano fatto il fondamento primo della comune scala di valori. Nel 1843 un’ostessa di Ottajano venne dipinta, nelle lettere anonime e dai verbali della  Sottointendenza, come una Circe  che trascinava nel fango della lussuria i potenti: il giudice, il futuro sindaco, imprenditori di pura fede borbonica, avvocati liberali: una donna ferina, insomma, e per questa ferinità, irresistibile. Era impossibile che il marito non vedesse e non sapesse: tra l’altro, anche una sorella di lui, dell’oste, trescava con un giovane sacerdote: e la notizia della tresca aveva già raggiunto le orecchie sante del vescovo.  Non si sa se il vescovo e il sottointendente sapessero che l’oste non era quel babbeo  infelice e sfortunato che i loro informatori disegnarono. Il marito dell’ ostessa mangiatrice di uomini era membro importante di una squadra di contrabbandieri facili all’uso del coltello e della pistola, ed era fratello di uno dei più violenti  campieri del Principe di Ottajano. E’ prababile, dunque, che l’oste consentisse all’ostessa di lanciare le sue reti, all’interno di un gioco in cui si intrecciavano interessi illegali, prestiti usurai, ricatti e delazioni: il giudice, per esempio, dilapidò al tavolo da gioco un patrimonio notevole, e il rabbioso disgusto di sé lo portò infine alla morte.

Per tutto l’Ottocento, nei documenti d’archivio, nelle memorie dei viaggiatori e nei racconti degli scrittori napoletani, e perfino nei quadri e nelle fotografie  il popolo minuto di Napoli vive la sua vita quotidiana in un solo modo:  come in preda a una febbre che esaspera i gesti, i movimenti e la voce. Rumori, gridi, flussi di folla si stagliano netti  in una luce che Dupaty chiamò inesorabile, e che arroventa con i suoi riflessi anche il buio dei vicoli e delle topaie, in cui si ricovera un’umanità estrema. Nelle donne del popolo “minuto” la tensione è spesso patetica e teatrale, perché quelle donne sono sempre madri e sorelle, e dunque si sentono in diritto di partecipare alle pene degli uomini, in nome di quel privilegio della sofferenza che è stato esaminato dalla Jeuland- Meynard.

La taverna è il luogo in cui questa febbre si manifesta nei gradi e nei toni più accesi. Non c’è posto per l’idillio nelle bettole del popolo “minuto” di Napoli, e nessuno ha descritto questo stato delle cose più  realisticamente di Vincenzo Migliaro. Nel quadro La pagliarella  l’uomo , il capo chino su un piatto di spaghetti ,  è immerso nell’ombra stinta dello spazio coperto dalla pergola: è una sagoma nera tra le nere forme di pali, di tronchi sottili, di rami che si incrociano. Nel verde nero delle masse delle foglie filtrano macchie di luce gialla e rossa. La luce dell’ampio paesaggio che sta oltre la pagliarella si indebolisce in alcune gradazioni di celeste intorno al fumo delle ciminiere di Bagnoli e sull’acido giallo dei cespugli di ginestra. Tutto il primo piano è occupato da una splendida popolana, costruita con i colori della luce che filtra tra gli strati più alte delle foglie: il rosso del foulard e il  cupo arancione della gonna  ritornano fusi nel profilo del volto. La donna, sostenendosi sul braccio teso,  appoggia la mano destra sul pilastro del cancello, e porta la gamba destra verso di noi; ma guarda verso l’uomo che sta sotto il pergolato, e la natura del suo sguardo, che non vediamo, è tuttavia svelata dal braccio sinistro piegato sul fianco, e dall’anca che sopporta il peso del corpo. E’ una posa loquace: vuole dire rimprovero, sfida, fastidio, e attraverso la congiunzione con il nitido profilo del volto, anche disillusione e stanchezza. In questo quadro c’è una salda unità formale, costruita sulla sapiente coordinazione delle linee e delle masse. E tuttavia vi è rappresentato un mondo sconnesso e disarticolato: cose e persone  parlano attraverso un verboso silenzio, la cui voce  sia avverte anche in fondo ai colori scuri.

 

 

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