Un segnale di sfida impertinente, sfacciato, uno sfregio al lutto cittadino proclamato per ricordare don Riboldi. La bomba dei clan è esplosa sulla porta d’ingresso della ditta di pompe funebri in piena notte, a pochi passi dal duomo. Proprio così: l’ordigno del crimine organizzato è stato fatto brillare a pochi metri dalla cattedrale, dov’era già stato portato il feretro di don Riboldi e dove nel pomeriggio successivo si sarebbe tenuto il funerale del vescovo anticamorra. Il boato in via Trieste e Trento, avvertito anche a grande distanza alle due della notte tra martedi e mercoledi, è stato di quelli da pelle d’oca ma quel che è peggio è che l’ordigno fatto esplodere poteva provocare una strage. La bomba carta infatti era zeppa di chiodi, pezzi di ferro e altri oggetti di metallo. Ha fatto saltare la porta d’ingresso in ferro rinforzato e vetri blindati della ditta di onoranze funebri Pacilio, impresa alla quale in un primo momento, stando alle dichiarazioni del titolare, il Comune aveva chiesto di rendersi eventualmente disponibile per la tumulazione nel pomeriggio di ieri del feretro di don Riboldi. Ma poi il servizio funerario non è stato più effettuato dalla Pacilio. Il terrore si è ormai impadronito della ditta, che in poco più di due anni ha subito dieci attentati. L’ultimo, quello di ieri, è stato messo a segno da due tizi giunti davanti al negozio a bordo di un motorino e a volto coperto. Hanno piazzato la bomba dirompente sull’uscio dell’esercizio commerciale facendola esplodere in pochi secondi. La porta blindata è saltata in un attimo mentre i pezzi di metallo si sono conficcati nei mobili e nelle porte dell’ufficio distruggendo tutti i vetri nel raggio di dieci metri. Ieri pomeriggio il titolare della ditta, Carmine Pacilio, ha partecipato al funerale di don Riboldi. Visibilmente scosso ha raccontato le angosce del momento. « In questi ultimi anni non ho ricevuto nessuna richiesta di danaro – ha spiegato – ma sono comunque certo che questa impressionante serie di attentati sia opera del crimine organizzato. A ogni modo lo ripeto: non andrò mai via da Acerra ». Dal canto loro però i carabinieri escludono la pista delle estorsioni ( indagini dirette dal maresciallo Vincenzo Vacchiano e coordinate dal capitano Tommaso Angelone ). Finora però non si è saputo se l’obiettivo dei criminali sia quello di eliminare una presenza scomoda nel proficuo settore delle onoranze funebri oppure se la matrice degli attentati sia da addebitare a cause del tutto diverse. Certo è che ora si contano dieci raid dal novembre del 2014. Dell’ultimo, quello di ieri, restano scene nitide, da brividi. Sequenze registrate dalle telecamere della ditta finita nel mirino dei clan. La penultima intimidazione è stata forse anche più terrificante,l’8 luglio del 2017: sette colpi di pistola sulla casa dei Pacilio, in via Volturno. Tremendi pure gli attentati precedenti. Gennaio 2016: un furgone viene utilizzato come autobomba e fatto schiantare contro il negozio. Dicembre 2015, altra autobomba: una vecchia Panda viene fatta lanciare sull’ingresso della ditta e quindi data alle fiamme. Settembre 2015: colpi di pistola contro le vetrine del negozio. Luglio 2015: ancora colpi di pistola sull’esercizio commerciale. Maggio 2015: una testa di capretto appesa a una corda viene fatta trovare sul portoncino di casa Pacilio. Marzo 2015: colpi di pistola sulle vetrine. Gennaio 2015: colpi di pistola sul tabellone pubblicitario della ditta piazzato accanto alla casa di via Volturno. Novembre 2014, primo attentato della serie: colpi di fucile sui vetri del negozio. Intanto sulla vicenda è intervenuto il presidente della commissione regionale anticamorra, Carmine Mocerino: « Convocherò la commissione su questa storia inquietante: nessuno deve restare solo ».





