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La relazione del sindaco di Napoli sul bilancio comunale del 1882: pare un “pezzo” scritto a tre mani da Scarpetta, Viviani e Totò

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I rifiuti “riversati in strada” sono segno di amore per la pulizia; gli stipendi di molti impiegati sono “sequestrati” per debiti; la ristrutturazione del patrimonio immobiliare del Comune rende “facili gli inganni”;  la tassa sui fitti delle case rende poco, perché non si vuole “stancare la pazienza” dei proprietari; il gettito della tassa sulle sepolture bisogna prevederlo sempre basso, “ per ragioni di buon augurio”. Napoli e i suoi “luoghi comuni”.

 

Avrei voluto scrivere qualcosa sui vitalizi degli ex consiglieri della Regione Campania, e sui provvedimenti adottati dal sindaco De Magistris per colpire chi diffama  Napoli. Mi è parso giusto affrontare, in via preliminare, il tema dei “luoghi comuni” che compongono l’immagine della città, e del loro rapporto con la storia vera, quella dei documenti. E un documento eccezionale, da questo punto di vista, è il “conto morale”, la relazione sul bilancio del Comune di Napoli per  “l’anno amministrativo 1882” presentata al consiglio comunale dal sindaco Girolamo Giusso, duca di Galdo.  Nell’introduzione il sindaco avverte che  descriverà rigorosamente le entrate e “le spese di questa grande Città che ha vissuto, nel passato prossimo e remoto, una vita piuttosto spensierata” dal punto di vista amministrativo. Dopo l’elogio al Segretario generale  Carlo Cammarota e dopo il “vanto di non aver nominato nell’anno 1882 un solo impiegato nuovo”, Giusso parla della “piaga” che  “guasta” la burocrazia comunale: “ moltissimi degli impiegati municipali” sono “gravati di debiti”, e i loro stipendi sono stati “sequestrati”. Ovviamente,  la cosa “reca molte molestie” alla Giunta e al Consiglio. Venti anni dopo,  l’inchiesta Saredo svelerà, tra l’altro, anche tutte le conseguenze  di questa “cancrena”.

Qualche  “utile” più consistente incomincia a venire dal patrimonio immobiliare del Comune, soprattutto per “una maggiore severità nel non concedere l’uso gratuito e semigratuito delle case municipali”.  Poiché  questo patrimonio non solo non produce profitti, ma consuma risorse per “la necessità dei tanti restauri, nella cui attuazione sono facili gli inganni”, il consiglio comunale ha deliberato di venderlo:  ma la cosa risulta assai difficile, “per l’incertezza delle provenienze, per le ipoteche e le questioni pendenti”, e, soprattutto, “per lo stato deplorevole. Basta dire che una di  queste proprietà nel centro della città è puntellata da circa trenta anni”. E fin qui pare la mano di Scarpetta.

Più che a Scarpetta, fa pensare a Viviani il passo in cui sui parla delle tasse sui “contratti di fitto”. Il sindaco scrive che “si sono ottenuti felici risultati grazie al lavoro dell’ingegnere Marancio”, e riconosce che  i risultati sarebbero stati ancora più “felici”, se gli organi comunali  avessero esercitato un’azione più rigorosa contro quei proprietari di case che non avevano comunicato al competente ufficio i “contratti di fitto”: ma  “l’indole di un’ Amministrazione  civica, e diremo quasi familiare, non consente procedimenti fiscali”: e soprattutto, confessa  Girolamo Giusso, abbiamo pensato che,  “essendo recente l’istituzione della tassa, e quindi recenti le molestie e le noie che necessariamente ne provengono, non convenga stancare di troppo la pazienza dei cittadini.”.

Il paragrafo sulla spazzatura sembra dettato da Totò, e dal suo genio del paradosso:  “se la nostra città non presenta quello stato di pulizia, che si vede in altre grandi città”, non è colpa dell’ Amministrazione, che ha provveduto a fare “migliaia di verbali in danno dell’appaltatore” – verrebbe da dire che è “’na malatia antica” – e non è giusto incolpare le “cattive abitudini della popolazione napoletana, come è stato fatto sovente” . Ogni epoca ha i suoi Bossi e i suoi Salvini. La colpa, scrive il sindaco, è delle “abitazioni che ora vengono costruite per le classi infime della popolazione”: sono così piccole, così poco ventilate, che chi vi abita  “riversa le immondizie sulla pubblica via” per non conservarle in casa, per non aggiungere puzza a puzza: insomma, questa “infima classe” è spinta a sporcare la strada  perché ama la pulizia, e “ non per l’abitudine contraria”.

Ma è nel paragrafo sui cimiteri e sulle “tasse di sepoltura” che il genio napoletano si impenna sontuoso e imprevedibile. Al sindaco “duole dire” che i cimiteri “hanno dato un prodotto maggiore del previsto, per la somma di lire 10668, 22”.  ma non perché  ci sia stata una mortalità maggiore, arrasso sia ! In realtà, c’è stato un errore di previsione della Giunta: un errore voluto.  Trascrivo parola per parola: “ Trattandosi di siffatti introiti- argomenta il sindaco – ragioni di delicatezza, di cortesia e anche di buon augurio verso i nostri concittadini impongono il dovere di mettere le previsioni sempre al di sotto della realtà. E per le stesse ragioni noi facciamo voti che questo introito diminuisca negli anni a venire e che in tutti i casi il contingente che noi tutti gli dobbiamo sia dato il più tardi che sia possibile”. La cultura dei “luoghi comuni” sulla napoletanità induce a immaginare che, mentre il sindaco leggeva questo passo in consiglio comunale, i presenti abbiano recitato tutto il repertorio di gesti richiesti dalla circostanza.

Oggi, quanta parte di vera Napoli sta nei “luoghi comuni”, negli stereotipi su Napoli?

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