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“La ragazza senza nome”, il film con cui i Dardenne vogliono responsabilizzare il pubblico.

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Sulla scia del brutalmente sincero “Due giorni e una notte” (indimenticabile l’interpretazione di Marion Cotillard), i fratelli Dardenne, tentano di risvegliare le sopite coscienze umane, con la loro nuova, attesissima, pellicola: “La ragazza senza nome”.

 

Jenny Davin è una giovane dottoressa, stacanovista e sicura di sé, la cui vita viene stravolta improvvisamente. Fin qui, potrebbe sembrare il classico, trito e ritrito cliché della ragazza diligente, la cui vita prende, al contrario di ogni previsione, una piega inaspettata, ma, il marchio dei fratelli Dardenne, rende “La ragazza senza nome”  un film decisamente interessante.

Jenny gestisce temporaneamente, aiutata da un giovane e timoroso tirocinante, uno studio medico, ma l’attende un impiego ben più proficuo: è in procinto di intraprendere una promettente carriera presso un prestigioso ospedale. Una sera, però, ad interrompere il tedio che segue l’orario di chiusura di una stancante giornata lavorativa, è lo stridente rumore del citofono: qualcuno bussa, probabilmente necessita di aiuto, ma, Jenny, mossa dal bisogno di imporsi sul suo silenzioso assistente (il quale, poche ore prima, non aveva collaborato durante un’emergenza in ambulatorio), si rifiuta di aprire. Il giorno dopo, apprenderà una notizia sconcertante: la ragazza che aveva disperatamente bussato alla porta dello studio è stata trovata morta. Spinta, probabilmente, più dal bisogno di ritrovare se stessa e di mettere a tacere i propri sensi di colpa che da un sincero interesse, Jenny, inizia, non senza ostacoli, un’azzardata indagine per scoprire l’identità della giovane donna.

Il rigoroso realismo dei fratelli Dardenne, pur senza artifizi e dialoghi complessi, riesce, con naturale disinvoltura, a conservare per tutta la durata della pellicola una vigorosa tensione cinematografica, che non viene minimamente sminuita dall’oggettività della narrazione. La trama di “La ragazza senza nome”, proprio grazie alla sua semplicità, sposta, con graduale naturalezza, l’attenzione dalla trama della storia alle problematiche sociali che il racconto sottopone alla riflessione degli spettatori. Jenny è tormentata dal pensiero che, se avesse aperto quella porta, la ragazza sarebbe ancora viva: è questa miscela di sensi di colpa e di coscienza sociale ad alimentare il motore drammatico del film. Difatti, il dramma, minimalista allo stremo e totalmente privo di fronzoli, della nuova opera dei fratelli Dardenne, si dipana durante la normalità quotidiana delle giornate lavorative nel segno della cupa determinazione che spinge la protagonista ad andare avanti nella sua ricerca. Attraverso le storie tragicamente “minime” di ogni giorno emergono le conflittualità e le angosce del tessuto sociale della città, rappresentato ora da una famiglia in crisi che cerca di andare avanti creandosi fragili alibi, ora da un giovane paziente che, pur essendosi procurato una ferita molto grave, si rifiuta di andare in ospedale per il timore di essere espulso dal Paese.

“La ragazza senza nome”, riconfermando lo stile dei Dardenne, resiste all’impulso d pronunciare esplicitamente qualsiasi commento critico di natura politica o sociale, poiché è al pubblico che spetta interpretare il messaggio dei cineasti. E giudicare responsabilmente.