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La musica “vesuviana” dei “Leslie 122”: arte, amicizia, diletto, voglia di misurarsi per poter misurare meglio la realtà

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Mimmo Annunziata, Luigi Carbone, Felice Costagliola, Mario Esposito, Gaetano Napolitano e Antonio Palazzi esprimono nel diletto della musica i valori che ispirano la loro attività professionale. E’ la storia esemplare di chi non subisce i ritmi della vita, ma tenta orgogliosamente di dettarli.

 

Ogni arte aspira senza sosta a diventare musica (W. Pater).

 

Nella “Sonata a Kreutzer” Tolstoi fa dire al protagonista che la musica non eleva l’anima, come molti pensano, e non l’avvilisce: l’esaspera. Lawrence Durrell avrebbe completato il concetto argomentando che la musica è stata inventata per confermare la solitudine umana.Del resto, non riusciamo a vedere un’orchestra con un solo sguardo d’insieme: i nostri occhi e il nostro udito sono attratti dai singoli musicisti, e ricorderemo distintamente anche quelli che suonano lo stesso strumento. La musica è, ad ogni livello, l’armonia di ritmi diversi.

Era il settembre 2013 quando ascoltai per la prima volta il gruppo “Leslie 122”: in una sala del Palazzo Medici si celebravano i vincitori della Prima Edizione del Premio Città di Ottaviano, e la musica di questi artisti “per diletto”-  un medico, un avvocato, un agente della polizia municipale, un imprenditore, un funzionario di banca, un chimico –  incantò il pubblico e mi indusse a pensare che sarebbe stato bello capire quali valori  connessi alla  professione essi trasferivano nel loro modo di fare musica. Antonio Palazzi, quando mi ha parlato degli altri membri della formazione, ha risposto a quella mia domanda prima ancora che la formulassi.

Mimmo Annunziata, figlio d’arte, suona il sax e il flauto, è l’unico Maestro patentato dei “Leslie”, scrive le partiture dei brani, e cerca, e trova, l’accordo tra il rigore dell’esperienza classica e bandistica e gli impeti libertari e rockettari degli altri. Mimmo svolge il suo ruolo di tessitore con la pazienza e con il metodo degni di un dirigente bancario, qual egli è:e di dirigente ha la risoluta autorevolezza che gli permette di porre fine alle discussioni in nome del principio indiscutibile che, anche nel far musica, la competenza tecnico- scientifica vale alla fine più dell’”orecchio”, anche di un “orecchio” ispirato.

Luigi Carbone, chitarrista e voce del coro, già fondatore con Gaetano Napolitano degli “Iceberg”, ha accompagnato noti artisti napoletani e ha collaborato con il Maestro Pino Perris. La ricerca della perfezione, che alimenta il suo virtuosismo, gli viene dall’esempio dei suoi modelli, Jim Hendrix, Nico de Palo e Andrea Braida – di Braida è amico -, e dal fatto che anche quando corre a piedi o in bicicletta egli pretende da sé gli sforzi più intensi e più razionali.  Luigi è inflessibile, prima con sé stesso e poi con gli altri, quando indossa la divisa della polizia municipale e quando si diletta con la musica e con lo sport: il suo è un rigore maturo e profondo. Gaetano Napolitano, batterista e voce del coro, ha studiato con il Maestro ottavianese Freddy Malfi e ha composto la sigla del programma di Rai2 “Sere d’estate”. E’ un imprenditore di successo, che anche quando indossa i panni del musicista, non dimentica che il successo è figlio della ricerca e della sperimentazione: mi racconta Antonio Palazzi che Gaetano percorre certi spazi della musica rock che sono incogniti ai più e impone agli altri membri del gruppo di ascoltare, quasi sempre nelle ore notturne, l’esecuzione di brani che lui ha scoperto nelle sue peregrinazioni. Ma l’attività va sempre registrata, per la riflessione, per il confronto e per la storia: Gaetano Napolitano provvede, con competenza e con pazienza, alle registrazioni audio e ai missaggi.

Mario Esposito suona il basso e la sua voce, che il fumo vela di ombre fascinose, disegna applauditissime “terze”. Nelle feste di piazza e nelle cerimonie ha affinato “l’orecchio” e l’arte del percepire, così che, lui, che per professione frequenta i laboratori di chimica, riesce a dipanare anche le formule più misteriose della chimica musicale, dei fraseggi più complicati, e a “improvvisare” agilmente l’esecuzione anche di brani non provati.

Di Felice Costagliola già conoscevo la passione per la musica organistica: sapevo della sua collezione di organi Hammond anche rari, con il corredo del “leslie 122”, il sistema di altoparlanti che dà il nome al gruppo e ne accompagna ogni esibizione. Felice si ispira a Joe De Francesco e a Brian Auger, che conosce personalmente, e ammira i Procol Harum, dei quali possiede tutti gli Lp, quelli originali, in vinile.  Felice Costagliola “è il signore del drawbar”, il “timone” inventato in America per quel governo del suono dell’organo che prima era affidato alle canne: in Italia il primo a usarlo fu Roby Facchinetti, il tastierista dei Pooh. Insomma, Felice Costagliola, clinico tra i più noti del territorio, sente e vede la musica come organismo, e ne controlla gli effetti con la precisione metodica propria della scienza medica: ma il suono dell’organo è anche intenso colore, e l’arte di armonizzare i colori, di pensare il mondo per colori, giunge al dottore, per i rami della stirpe, dal genio dell’avo che fu pittore notevole, un Maestro della luce.

Antonio Palazzi viene dagli studi classici di pianoforte, da esperienze maturate nelle piazze, nei “piano bar” e poi nel gruppo “Quinta stagione”, che nei primi anni Ottanta già poteva permettersi strumenti all’avanguardia e il supporto di un manager. Poi la laurea, e l’esercizio della professione di avvocato. Poi il ritorno alla musica, e tre anni fa, l’ingresso come voce solista e tastierista nei “Leslie 122”. Nel timbro e nei moduli espressivi della sua voce ci sono tutti i “segni” essenziali della sua personalità: l’estro naturale, l’inventiva, il coraggio di variare, l’istintiva attenzione per generi musicali diversi;c’è la capacità, che gli viene anche dai “turbinii tribunalizi”, dalle contese spesso imprevedibili del foro, di stare sempre “sul motivo”, di affrontare anche registri canori “che non sono perfettamente aderenti alla sua timbrica”.

I ”Leslie 122” hanno come modelli di riferimento i Procol Harum, i Pink Floyd, i Pooh, i New Trolls, la “P.M.F.”: nel loro repertorio entrano pezzi capaci di esaltare le virtù vocali e strumentali dei musicisti, di aprire spazi per i loro “assolo” e di spiegare, nel modo più chiaro, che il gruppo si confronta con la storia della musica nel segno del rigore filologico, senza dimenticare però che nel significato stesso della parola “interpretare” c’è il senso della libertà di lettura. Sottolineo il valore di questa libertà che conosce l’importanza delle regole: essa è la sostanza del “diletto” che questi amici si concedono, perché credo che i sei musicisti esprimano attraverso la loro musica la necessità di “rivelarsi” a sé stessi prima ancora che agli altri, e di misurarsi per poi potersi superare.

L’esperienza dei “Leslie 122” mi dà la conferma di quanto sia grande e prezioso il patrimonio della “persona” vesuviana, delle meravigliose storie di donne e di uomini che   nel nostro territorio non subiscono i ritmi della vita, ma li dettano, e cercano fino in fondo di cogliere il senso delle cose, per poter disegnare, e realizzare, nuove e più salde relazioni con il mondo. L’avventura spirituale di queste donne e di questi uomini ci arricchisce con i risultati che essa consegue e perché si pone, per tutti noi, come un modello: l’avventura musicale dei sei amici che compongono il gruppo dei “Leslie 122” dà ragione al pensiero di Nietzche,  che senza musica la vita sarebbe un errore. Un banalissimo errore.

leslie122

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