Il Natale cristiano vuole che nel coro delle voci che lo celebrano ci sia anche il pianto dei ragazzi che la guerra uccide, e di quelli a cui le logiche spietate del capitalismo e della globalizzazione tolgono il diritto a una adolescenza serena, perché negano ai loro genitori il diritto al lavoro.
Racconta Matteo nel suo Vangelo (2, 1-18) che Erode chiese ai Magi di cercare diligentemente, a Betlemme, il neonato “Re dei Giudei”: “Quando l’avrete trovato fatemelo sapere, affinché io pure venga a rendergli omaggio”. Ma i Magi vennero avvertiti in sogno di non ripassare da Erode e perciò “tornarono al loro paese per un’altra strada”. Intanto un angelo ordinava a Giuseppe di “prendere” il Bambino e la Madre e di portarLi in salvo in Egitto. Erode, vistosi ingannato dai Magi, ordinò di uccidere “tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio, dai due anni in giù.”. Qualcuno ha sollevato dei dubbi sulla verità storica della “strage degli innocenti”.Lo scrittore latino Macrobio, un pagano che non ignorava i temi del primo Cristianesimo, racconta nei “Saturnali”, confondendo date e vicende, che quando a Roma arrivò la notizia che Erode aveva fatto uccidere tutti i bambini” inferiori a due anni e fra di essi anche il proprio figlio”, l’imperatore Augusto osservò, sarcastico: “ è meglio essere il maiale di Erode” – il maiale era bandito dalla mensa di alcuni giudei – “che suo figlio”.
Il Natale è la Festa: è la festa cristiana, è la festa dell’anno che si chiude, e dunque è il momento del bilancio e dei nuovi programmi, è la festa del Sole che completa il suo giro, è memoria di antichi, solenni riti pagani. E’ anche la festa del consumismo e del capitalismo, ed è giusto che i pastori dei presepi siano diventati pezzi da collezione. A Jonathan Preece, “designer” americano, “piace ‘o presepe”: si è aggiudicato per quasi 10.000 euro “un oste” attribuito a Salvatore Franco, che creò i suoi capolavori a cavallo tra i secc.XVIII e XIX. Ma non c’è quadro dedicato alla Natività in cui il volto meraviglioso della Madre non esprima una gioia già soffusa di malinconia, perché Ella sa che il corso della Storia farà di Lei la Madre Dolente inginocchiata in un tremendo silenzio ai piedi della Croce.
Il Natale cristiano non avrebbe senso alcuno, se chi ha fede dimenticasse che la Festa della Nascita, da sempre, vuole nel coro delle voci il pianto dei bambini innocenti che vengono uccisi e l’urlo nero delle madri e dei padri. Fino a qualche anno fa c’era nello spirito di Natale una punta della retorica della pietà e della solidarietà: i buoni sentimenti facevano parte del rito, come il panettone e il capitone. Oggi il presente spazza via le parole, ci costringe ad essere sinceri, prima di tutto con noi stessi, perché ci assale con le sue crude immagini in sequenza, con i suoi bollettini di guerra, con le assordanti notizie di bombe di stragi di spari, di una follia inesausta che si colora di religione. Accanto agli alberi, ai presepi e agli struffoli non possiamo non vedere i bambini di Aleppo atterriti, coperti di sangue, massacrati; e i morti di Berlino; e un assassino che va in giro per l’Europa, in treno, armato; e le folle di poveri che chiedono un piatto alle mense della carità; e le famiglie a cui gli Empori della Solidarietà forniscono la “spesa” per sopravvivere: la “spesa” per la settimana costa una ventina di euro: e la cifra ( il Venerdì di Repubblica, 23 dicembre) ci fa capire quale abisso si sia spalancato tra i poveri e chi povero non è. Tra gli “innocenti” che la nostra società ferisce bisogna anche mettere i figli dei disoccupati, i giovani che sono costretti a emigrare, a cercare lavoro, un lavoro qualsiasi, lontano dalla loro terra e dalla loro famiglia, e che devono anche subire l’offesa di un ministro che non sa quello che dice, o che non sa dire quello che avrebbe intenzione di dire: nell’uno e nell’altro caso non ci fa una bella figura.
Ho voluto corredare questa nota con due immagini: il corpo dell’innocente bambina siriana uccisa dalle bombe, che il padre porta come se volesse offrirne il sacrificio al suo Dio e, nel quadro che Nicolas Poussin dedicò alla strage degli innocenti, l’urlo della madre che tenta di bloccare la mano armata del carnefice, ma già sa che non ci riuscirà. Secondo Gombrich è questo l’urlo più drammatico della storia della pittura, molto più dell’urlo di Munch: ma non voglio parlare di arte, solo di una suggestione. L’urlo del quadro e l’urlo della fotografia ti pare che prorompano fuori dall’immagine e ci aggrediscano: li senti veramente: un dolore ancestrale, la vita che esce dalle visceri della donna e dell’uomo e se ne va con quella dei figli. E in cima all’urlo – è proprio “l’urlo nero” di Quasimodo – c’è la domanda terribile: “ Perché, tutto questo?”.
E’ un Natale di tenebra, a chiusura di un anno buio: ma la Luce della speranza è proprio nella tenebra che splende più forte e più chiara. Così dicono, e il mio augurio è che chi lo dice abbia ragione.



