Per rifondare non basta mandare a casa Tavecchio e Ventura. Un tempo il calcio era uno sport, e perciò risultava un credibile modello del sistema sociale. Oggi è, prima di tutto, un “gioco”, intorno al quale e nel quale scorrono fiumi di soldi. In Italia questo “gioco” non spinge più le sue radici negli strati profondi della società: si accontenta di far parte del sistema globale .Però non bisogna dimenticare che, da sempre, è il Caso che fa nascere i fuoriclasse.
Non parlerò né di tattica, né di formazione: già è stato detto tutto. Tavecchio, il gaffeur, è più astuto di quanto si creda, è un Bertoldo capace di ricordare a tutti, nell’ora del disastro, che lui ha scelto, sì, Ventura, ma aveva scelto anche Conte. Ai politici che come tanti “piscitielli ‘e cannuccia” si sono buttati davanti ai microfoni a parlar di dimissioni e di rifondazione del calcio nazionale Bertoldo Tavecchio è capace di dire, a muso brutto, che prima di lui in Italia dovrebbero dimettersi certi politici e dovrebbero rifondarsi certi partiti. Di Ventura ha parlato Ventura, e ha detto tutto De Rossi. La scena andata in onda durante la partita, con il romanista che manda a dire, platealmente, al suo allenatore “ non hai capito niente di quello che sta accadendo” è un “unicum” nella storia del calcio italiano. In altri tempi, un allenatore sbertucciato in quel modo da un suo giocatore, e sconfitto in una partita diventata un dramma per l’intera Nazione, si sarebbe presentato ai microfoni già da ex C.T. Poiché a pensar male si fa peccato, ma, diceva un esperto di peccati e di cattivi pensieri, “spesso ci si azzecca”, oso pensare che il signor Ventura si dimetterà, nobilmente, dopo aver concluso con il presidente Tavecchio un accordo sul “conquibus”, sul milionario contratto: fare il “capro espiatorio” pagando per tutti è un sacrificio che ha un suo costo.
Il disastro “svedese” ha ricordato a molti il “disastro” del 1958, quando l’Irlanda del Nord ci cacciò fuori dai Mondiali. Ma sono due situazioni totalmente diverse. L’Italia sconfitta a Belfast il 15 gennaio 1958 schierava anche Schiaffino, Ghiggia, Montuori, Da Costa, Invernizzi , Ferrario, Segato, tutti giocatori di prima fila, e alcuni di essi fuoriclasse autentici: e un fuoriclasse era anche il portiere, il napoletano Bugatti. Scrisse Brera che la sconfitta ebbe una sola causa: l’ostinazione con cui il C.T. Foni si rifiutò di mettere in campo la squadra secondo i principi del catenaccio illustrati dal Padova di Rocco: con l’Irlanda bastava non perdere, e invece “ come polli, ci facemmo infilare in contropiede”. Foni, notò Brera, si era vergognato di adottare il catenaccio, ma non di schierare “quattro sudamericani, di cui due decisamente estranei al nostro sangue”. Nel novembre di quell’anno l’Italia, senza stranieri, e con in porta un altro Buffon, Lorenzo, pareggiò a Parigi con la Francia, e nel dicembre, a Genova, con la Cecoslovacchia, in cui giocavano dei “monumenti” della storia del calcio europeo, Novak, Molnar, Pluskal, e il grande Masopust.
Era un altro calcio: quel calcio era, prima di tutto, uno sport, e perciò poteva essere considerato un credibile modello della società. Ricordo che nella violenta polemica tra sostenitori e avversari della tattica del catenaccio vennero tirati in ballo perfino Annibale, Cesare e i teorici dell’arte della guerra. Quello di oggi è quasi solo un gioco. Il gioco, si sa, non esclude la finzione e i trucchi, e i fiumi di soldi che girano dentro, sotto e intorno al sistema e che affluiscono, talvolta misteriosamente, da ogni parte della Terra spingono i popoli abituati a pensar male – il popolo italiano occupa, nella schiera, un posto di rilievo – che tutto, o quasi tutto, viene deciso non dal campo e sul campo, ma da una setta più o meno segreta: viene deciso con il danaro, per fare altro danaro. In questo il calcio conserva ancora una dimensione storica, riflette i pochi pregi e i molti e devastanti guasti della globalizzazione.
A tanta sciagura si aggiunge, in Italia, il fatto che “il pallone” non spinge più le sue radici nella terra, una volta assai fertile, delle leghe giovanili, dei campionati dilettanti, dei ceti marginali, delle “scuole”: oggi, frequentare una “scuola” calcio costa non meno di cinquanta, sessanta euro al mese. A cui bisogna aggiungere anche le spese di contorno: non so quanti siano i Comuni che valutano la questione nella prospettiva dell’interesse sociale. Si è esaurito, poi, il fenomeno della “passione” suscitata dalle squadre dilettantistiche locali: ancora trenta anni fa divampavano, intorno ai campi, le fiamme delle contesa tra i tifosi di paesi dello stesso territorio e certe squadre diventarono un punto fermo nell’immagine dell’ identità delle comunità. Erano tempi in cui ai giovani dei ceti poveri il calcio offriva la possibilità del salto sociale: e non era necessario l’aiuto “peloso” di mediatori e di procuratori. Bastavano il saper giocare a calcio e un po’ di buona sorte. Era, insomma, un fenomeno complesso, che i giovani di oggi, anche quelli che si interessano di calcio senza pausa, non possono intendere.
Inoltre, oggi un “canterano” del Barcellona, del Real Madrid, del Manchester United raggiunge la prima squadra molto più facilmente di un giovane del vivaio del Napoli, della Juve, dell’Inter. Forse dovremmo copiare il modello spagnolo, forse in Italia sono troppi gli stranieri, e non sempre di prima scelta, forse non ha senso una serie A a 18 squadre, forse i soldi della Federazione dovrebbero seguire strade diverse da quelle che oggi percorrono, e raggiungere obiettivi radicalmente nuovi. Per rifondare il calcio italiano, per far sì che esso ritorni alla dimensione dignitosa di sport, non basta mandare a casa Tavecchio e Ventura: bisogna studiare il disastro “svedese” inquadrandolo in un sistema scosso, ormai da tempo, da frane e da lesioni. Altrimenti, ci si accontenterà, alla fine, di spalmare un po’ di crema sulle rughe. All’italiana.
E non dovremo mai dimenticare che nel calcio i fuoriclasse nascono quando e dove il Caso ha deciso che nascano.



