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La fine della crisi?

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La decisione della Fed e le conseguenze sui mercati.

2000px-US-FederalReserveSystem-Seal.svgDopo quasi dieci anni, la Federal Reserve aumenta i tassi d’interesse.

Nel 2008 era cominciato quello che qualcuno ha definito “l’esperimento” della banca centrale americana: politiche monetarie accomodanti e costo del denaro ai minimi storici, rasente allo zero.

La Banca d’Inghilterra, come da copione, ne aveva seguito le orme; a ruota, la Banca Centrale Europea e anche le banche asiatiche. Tutto il mondo, quasi all’unanimità, sembrava aver deciso che la risposta giusta alla crisi fosse questa.

Lo strumento delle banche centrali è il tasso d’interesse interbancario: il costo del denaro per le banche. Abbassando quest’ultimo, le banche possono comprare denaro ad un prezzo inferiore, e sono quindi maggiormente incentivate a piazzarlo sui mercati e a concedere credito. A beneficiarne sono chiaramente i risparmiatori, chi prende a prestito, meno gli investitori, che si vedono ridurre i rendimenti sui loro investimenti. I tassi di interesse scendono, i prezzi dei titoli aumentano, percepiti come più rischiosi, e una gran quantità di moneta è iniettata nell’economia reale.

La Fed, mercoledì scorso, ha deciso che il tempo della “beneficenza” è finito: l’economia si è ripresa, i livelli di consumo e di occupazione lo segnalano, si può tornare, dunque, alla normalità, o meglio al “new normal”.

In effetti, tassi di interesse così bassi, o addirittura negativi, rasentano l’illogicità. Pagare per investire, guadagnare per prendere a prestito: il mondo della finanza al contrario.

Era necessario, per far ripartire l’economia; e a quanto pare, in Europa, lo è ancora: la BCE ha da poco annunciato un prolungamento delle misure monetarie straordinarie.

I mercati erano in trepidante attesa dell’annuncio della Yellen. Erano ormai mesi che la decisione era nell’aria, che il provvedimento era stato annunciato prima come possibile e poi come necessario. Il rapporto tra le banche centrali e i mercati è tutto basato su un gioco di aspettative, su un “lanciare la pietra e nascondere la mano” per vedere i mercati come reagiscono; la decisione più opportuna da prendere, se non aggrada i mercati, diventa immediatamente la più sbagliata.

BN-LT057_yellen_P_20151216144305Dopo il giochetto che la presidente della Fed aveva fatto negli ultimi mesi, la decisione dell’ultimo consiglio appariva quasi scontata. I mercati, infatti, sembrano aver reagito bene. Il punto di domanda, adesso, è cosa accadrà nel 2016.

I tassi sono stati aumentati dello 0,25%, portando il costo del denaro in un range tra 0,25 e 0,50%; il programma è di apportare, gradualmente, nuovi rialzi, arrivando fino a 1,375%.

Le conseguenze di quest’operazione potrebbero essere molteplici e non è ancora chiaro, a nessuno, cosa accadrà. I prezzi potrebbero diminuire, il dollaro apprezzarsi ancora, le esportazioni diminuire e le importazioni aumentare.

Seppur la BCE, non modificherà le sue decisioni sulla scia di quelle della Fed, questa inversione di marcia della politica monetaria americana potrebbe comunque influenzare i mercati europei, tramite due canali principali: le esportazioni e i tassi di cambio delle valute.

Il ruolo cruciale di una banca centrale è quello di garantire la stabilità dei prezzi. L’obiettivo della Fed, leggermente diverso da quello della BCE, è di portare l’inflazione esattamente al 2%.

Ad oggi il tasso di crescita dei prezzi è 0.2%, ben lontano dal target. Anche eliminando il prezzo del cibo e la volatilità del petrolio, il tasso resta molto basso: 1,3%.

L’inflazione è strettamente collegata alla disoccupazione, da una relazione inversa. L’occupazione, negli USA, è positiva, il tasso di disoccupazione è solo del 5%. Questo potrebbe (si spera) trascinare verso l’alto anche l’inflazione, nonostante la decisione sui tassi.

 

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