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La “Festa di San Michele” del 1857: la prima con una banda musicale. E poi i versi ispirati da Giuseppe Macrino…

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I documenti ci dicono che per la Festa del 1857 venne ingaggiata la banda musicale di Sant’Anastasia, mentre per secoli avevano partecipato alla processione solo musici locali, con “tammorre” e flauti. Francesco Bifulco recitò un carme che si ispirava a quelli composti in onore di San Michele, sul finire del ‘600, da Giuseppe Macrino, grande avvocato, forse ottajanese. La relazione delle guardie urbane.

 

Nel 1857 il sindaco di Ottajano, Camillo D’Ambrosio, che era del “quartiere” San Giuseppe, organizzò una grande festa in onore del Patrono San Michele: lo aiutò nell’organizzazione il “mastro di festa” Bernardo Ruoppolo, che era mercante di bovini e teneva, come si dice, le mani in pasta: anzi, in molte paste. Ci furono nell’edizione di quell’anno le corse dei cavalli e degli asini, ci furono i giochi di piazza, come la scalata del palo di sapone per la conquista di “salami e di quarti di capretto” donati dal sindaco stesso e dal notaio Gionti. Durante la processione, nella piazza San Giovanni vennero rappresentate alcune scene dell’opera “Il trionfo celeste sulla caduta degli angeli ribelli”, che la sera prima, nella stessa piazza, gli attori di Torre Annunziata, guidati da Catello Ferrante, avevano recitato nella sua interezza. I documenti ci inducono a credere che alla Festa del 1857 abbia partecipato per la prima volta una banda musicale, che si esibì all’uscita della statua del Santo Patrono dalla sua Chiesa, e al ritorno, e di sera suonò davanti alla Chiesa di San Francesco e a San Lorenzo. Durante la processione San Michele venne accompagnato, come al solito, da musici ottajanesi e dal suono delle “tammorre” e dei flauti. La banda musicale veniva da Sant’ Anastasia: era, probabilmente, quella diretta da Leopoldo Fiore, composta da circa cinquanta elementi, molti dei quali erano soldati dell’esercito borbonico. Il 9 maggio questo complesso venne portato, con carrozze e carri, alla Zabatta e qui si esibì davanti al gigantesco “tosello” che gli arredatori ottajanesi, famosi per la loro abilità, avevano allestito in onore del Patrono e del Re Ferdinando II.

Quando la statua del Patrono tornò nella Chiesa, prima che fosse ricollocata sull’altare, l’avvocato Francesco Bifulco, fratello del notaio Vincenzo, che si dilettava di poesia, lesse alla folla, in onore di San Michele, un suo carme,  che rivelò di aver composto ispirandosi agli inni che al Patrono di Ottajano erano stati dedicati nel ‘600 dal “Magrino”. Il “Magrino” del documento era certamente Giuseppe Macrino, giureconsulto di grande fama, che secondo il Signorelli, era nato a Ottajano, “grossa terra in provincia di Napoli, posta alle spalle del Vesuvio”. In verità, l’avvocato  si firmava “Macrinus Neapolitanus”: è probabile che abbiano contribuito a far credere che fosse ottajanese la villa che possedeva al “Bosco del Terzigno”, l’amicizia salda con Giuseppe I Medici, principe di Ottajano, il suo poemetto “De Vesuvio”, stampato nel 1693, e i carmi dedicati a San Michele, e alle contadine della sua masseria ottajanese. Tra l’altro, il Macrino scrisse un libro sulla guerra che nel 1707 portò l’Austria a impadronirsi del Regno di Napoli, e nel 1716 pubblicò i due libri “Vindemialium ad Campaniae usum”, sui riti della vendemmia secondo i costumi della Campania. Non abbiamo i testi della poesia composta dall’avvocato Bifulco in onore del Patrono, ma possiamo dire che il suo modello, Macrino, chiede a San Michele di ascoltare le suppliche dei fedeli e di proteggerli dalle minacce del Vesuvio che distrugge le messi, devasta i poderi, e non accontentandosi di portare la morte con il fuoco e con i lapilli, porta rovina e strage anche con i fiumi di acqua calda che vomita dalla sua bocca. Nella parte finale del primo carme l’avvocato-poeta chiede esplicitamente che l’Arcangelo protegga coloro che “ogni anno ti dedicano riti e voti”, e cioè gli Ottajanesi, mentre nell’altro carme viene celebrato il trionfo di San Michele su Lucifero che aveva osato minacciare le dimore celesti.

I fuochi di artificio vennero allestiti dal napoletano Giovanni Seraponte, con un sostanzioso contributo in ducati fornito dai “notabili di Ottajano”, mentre  il principe Giuseppe IV Medici ingaggiò, a sue spese, gli attori torresi e organizzò, sempre a sue spese, le corse di cavalli e di asini. Nei giorni della Festa non ci furono furti, e ci fu una sola rissa: due mendicanti si ferirono a bastonate davanti all’osteria che i Perillo tenevano a San Lorenzo.  Nella relazione delle guardie urbane si legge che “ al solito, venne gente da ogni luogo della provincia, e perfino da Avellino e da Salerno, e incredibile fu il concorso dei forastieri (sic) nel giorno della processione e del canto dei fanciulli.” E’ probabile che Prospero Del Giudice e Giovanni Ambrosio, le due guardie urbane che scrissero la relazione, si siano riferiti, con “il canto dei fanciulli”, al “volo degli angeli”.