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“La famiglia Fang”, nuovo lungometraggio di Jason Bateman, alla scoperta dell’arte e dei drammi di una famiglia squilibrata.

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“La famiglia Fang”, film tratto dall’omonimo romanzo del 2011 scritto da Kevin Wilson, è un drammatico e coinvolgente connubio tra la sperimentazione dell’arte concettuale e la fragilità di un nucleo familiare dilaniato da un’educazione irresponsabile e narcisista.

Protagonisti del nuovo film di Jason Bateman sono i coniugi Caleb e Camille Fang (Maryann Plunkett e Christopher Walken) e i loro due figli, Annie (Nicole Kidman) e Baxter (Jason Bateman).  I due fratelli, oramai diventati due adulti tormentati e profondamente segnati dall’educazione per nulla ortodossa impartita dai genitori, tornano, in seguito a spiacevoli vicissitudini –un incidente per Baxter e una ricaduta nel tunnel dell’alcool per Annie- nella casa dei genitori. Caleb e Camille sono due stravaganti artisti, conosciuti per le loro assurde  prestazioni: la loro arte consiste nel manipolare la realtà, adottando, in pubblico e con la collaborazione dei figli (chiamati “A” e “B”), comportamenti inusuali, capaci di suscitare negli spettatori le reazioni più inattese e disparate, il tutto filmato da una telecamera. Quando i due coniugi, in seguito ad un’esibizione fallimentare, scompaiono all’improvviso e in circostanze misteriose e tetre, Baxter e Annie iniziano ad indagare, incerti se si tratta di un delitto o solo un altro stratagemma elaborato per suscitare curiosità, per fare scandalo: ma l’indagine li porta a fare  scoperte decisamente sconcertanti.

La regia di Bateman e il carisma degli attori ricalcano un topos letterario e cinematografico (basti pensare ad un film tra tutti, “Sinfonia d’autunno”, di Bergman) tanto classico quanto complesso: il travagliato rapporto tra figli e genitori. Oltre al controverso quadro familiare, fulcro di “La famiglia Fang” è l’arte: i coniugi Fang ripudiano ogni convenzione pittorica, perseguendo la certezza che l’unica vera arte è quella che può esprimersi in modo non convenzionale, quella che suscita stupore e indignazione portando scompiglio tra le abitudini  che si dispiegano nei luoghi pubblici. Bateman si serve delle indagini di Annie e Baxter, – il loro struggimento ricorda quello dei protagonisti  della famiglia Glass, fragile capolavoro di Salinger – per rivelare, con chiarezza geometrica, che i coniugi Fang non sono in grado di discernere l’arte dalla vita. Scena dopo scena, la verità si dispiega, e il severo patriarca Caleb appare come l’ideatore-burattinaio di tutto, mentre Camille, che per debolezza soggiace al partner-  ha dovuto, pur di trattenere l’artista al suo fianco, sacrificare la  prospettiva di un normale nucleo familiare e coinvolgere, nell’infelice finzione artistica, i propri figli. L’arte e la famiglia, ad un certo punto, si biforcano, facendo trasparire chiaramente che i due genitori sono consapevoli e paghi artefici del fallimento esistenziale dei due fratelli che, quell’educazione “artistica” così sadica e stramba, l’hanno pagata con la loro incompiutezza e con la loro infelicità. Il senso del film è nelle parole di Caleb: «Pensate che vi abbiamo danneggiato. Va bene. I miei genitori hanno danneggiato me, i suoi genitori hanno danneggiato lei. Se avrete bambini, li danneggerete. È quello che fanno i genitori. E allora?»

Lo sforzo coinvolgente di Bateman e il cast brillante non bastano, però, a reggere fino in fondo, la complessità della trama: quello che inizia come un intricato e potenzialmente interessante mistero finisce per suonare come un trucco cavo e fasullo.

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