Maria Pia Selvaggio, presidente della casa editrice che porta il suo nome, scrive romanzi, saggi, opere teatrali: la sua solida fama vola, come “la paloma”, dall’Italia al resto d’Europa, e all’America Latina. Numerosi e importanti sono i premi che le sono stati assegnati: grande è il successo di lettori e di critica conquistato dal suo splendido saggio su Carlo Emilio Gadda. Non mi piace fare confronti tra scrittori: ma la struttura dello stile e della prosa della Selvaggio “sanno”, nella loro originalità, dell’attenzione che la scrittrice ha dedicato ai romanzi di Roberto Bolano e di Gabriel Garcia Màrquez. Correda l’articolo l’immagine di un’opera di Alfonse Mucha.
Il romanzo “La Paloma de Damasco” è già stato pubblicato dalla casa editrice colombiana “Papel y Lapiz”, ma, poiché non conosco la lingua spagnola, Maria Pia Selvaggio mi ha concesso l’onore di leggere la bozza in lingua italiana. La protagonista è Hamida, una ragazza siriana che fugge dalla sua terra, devastata da violenze di ogni genere, e va alla ricerca di un nuovo spazio vitale, “attraversando” esperienze anche drammatiche, con il coraggio e con lo spirito di sacrificio di chi vuole costruire, a tutti i costi, la propria identità e difenderne “l’edificio” dagli accidenti del quotidiano. E’ importante sottolineare il fatto che Hamida “nasce” come personaggio teatrale e che conserva i segni della sua “origine” anche quando “entra” nello spazio del romanzo. L’abilità con cui la scrittrice, splendida regista, si serve degli “spazi letterari” per raggiungere i suoi obiettivi mi ha indotto a sfogliare di nuovo i libri di Bachelard. Maria Pia Selvaggio ci racconta il viaggio della profuga siriana: un viaggio complicato, quello di Hamida, perché in esso si intrecciano l’esplorazione dei luoghi, il confronto con gli “accidenti”, l’attenzione ai moti del “sentire” che vengono innescati dai momenti del vivere, la riflessione sulla memoria: è una trama che sfida i sensi e l’intelletto della ragazza, ed esalta la ricchezza duttile della prosa e dello stile di Maria Pia Selvaggio: il variare dei “toni” e delle immagini ha, alle radici, una preziosa coerenza, e perciò ogni singola pagina si percepisce come il momento di una sinfonia. Mentre Hamida cerca di ricordare come “donarsi a un uomo”, tre uomini saltano in aria per una mina, “brandelli di carne ed ossa volano in aria come uccelli affamati”, e intanto lei ricorda Aban che “curvo” su di lei, le bacia il seno, le toglie il velo:“sussulto e non so se è il freddo, la paura, il desiderio, o è lui che si muove piano dentro di me, dietro di me. Il fuoco di quei bombardamenti è il mio fuoco. Allah mi restituisce i pezzetti: brandelli d’infanzia e ricordi. E piango lacrime che mai avrei immaginato di avere, almeno non così tante.” Hamida non sa dove si trovi l’uomo che ama, Aban, non sa se lo rivedrà, mette in conto la possibilità che egli si sposi con un’altra donna, ma gli “chiede” di parlare di lei alla sua sposa, e di dirle che Hamida augura ad entrambi una serena felicità. Ma Hamida non formula mai pensieri generici: immagina, vuole, che il colloquio tra Aban e la sua sposa avvenga “al calar della sera”, quando “siederai con lei al tavolo per cenare”: “chiede” ad Aban di dire a sua moglie che Hamida lo ama “più della sua stessa carne”, e che tuttavia si augura che “il futuro sia spianato” davanti a loro, “come un campo di fiori durante la primavera”. Aban dovrà dire a sua moglie che Hamida “spera anche di incontrarci un dì, di vedere i nostri figli accanto a noi, nascosti dalla tua veste, come pianticelle che stanno aggrappate ad un limpido fiume.”. Maria Pia Selvaggio ci aiuta a misurare la ricchezza interiore della ragazza, e annoda i pensieri più “alati” alle immagini tratte dalla vita quotidiana: la sera, la cena, il campo di fiori: Hamida immagina e “sente” che Aban svelerà alla moglie che lui e la ragazza rimarranno per l’eternità “due uccelli che volteggiano ai due lati di una sfera abbagliante di luce celeste”. E’ questa una fondamentale caratteristica dello stile della Selvaggio: le immagini del mondo esterno e quelle della riflessione si incontrano negli “occhi” di Hamida e si scambiano concretezza, desiderio della vita, potenza simbolica. La Selvaggio dimostra che aveva ragione Simmel: non ci sono più “oggetti” nel romanzo, ci sono “cose”, “cose” che “parlano”. “Dei bombardamenti mi impressionano due cose – dice Hamida – mentre cerco di stare in piedi in mezzo a questo deserto, che dovrebbe darmi la vita: il rumore sordo delle armi e l’odore della mia paura, che a volte è sudore, a volte è urina o qualcos’altro. La guerra rende cattivi. Ricorderò quel receptionist che abbassò lo sguardo, mentre fuggiva senza portarmi con sé, e la sua macchina fotografica che gli ballava sul cuore, il suo sguardo era di paura. Il suo obbiettivo non riusciva a contenere quell’immagine di una bambina atterrita, in una strada polverosa mentre piovevano bombe e lacrime insieme alla pipì, e quell’acqua dolorosa strisciava giù per le gambe magre e impolpate di polvere”. Il ritmo della prosa, sapientemente modulato dalla Selvaggio, fa in modo che l’epos del dramma non venga svilito dalla immagine della “pipì”. La Selvaggio ha meditato su Gadda, e certamente conosce i termini del confronto che Lucia Lo Marco ha imbastito tra Gadda e Merleau Ponty: entrambi sanno che “per riportare il pensiero alla sua originaria concretezza e al suo senso umano, occorre riportare ogni riflessione nell’esistenza e, in particolare, nel suo luogo fondamentale di origine, l’esperienza vissuta della percezione, dove spirito e materia, coscienza e mondo, si danno come indivisi, costituendosi in un rapporto di mutuo scambio e di interazione reciproca”. Grazie, “Domina” Maria Pia Selvaggio.




