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La campagna elettorale: molti vorrebbero raccontare “menzogne politiche”, ma riescono a “sparare” solo bugie….

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La campagna elettorale di Catone l’Uticense e l’”antimetabolé” dei democristiani. Secondo J.Swift  i sistemi democratici sono un teatro in cui gli attori della politica dicono menzogne  che il pubblico finge di considerare verità. La differenza tra bugia e menzogna politica. In questa campagna elettorale si “sparano” soprattutto banali bugie, poiché molti degli attori non conoscono l’arte, non facile,  di inventare e raccontare  menzogne e inganni.

 

La bugia è un banale giochino di parole, la menzogna è un’operazione della logica, la menzogna politica è una qualità dello spirito, richiede “la predisposizione al malizioso e al miracoloso”, è un territorio vasto che comprende l’inganno, la dissimulazione, la frode, e quel particolare tipo di silenzio di cui si serve talvolta l’inganno.Nelle democrazie la campagna elettorale è un teatro: sul palcoscenico gli attori della politica recitano storie inventate, e il pubblico finge di credere che siano storie vere, e quando assiste a interpretazioni più convincenti delle altre, applaude. Tutte queste belle cose le ha dette Jonathan Swift, il creatore di Gulliver. Nel 1710 questo genio malefico partorì un saggio sull’”arte della menzogna politica” e riconobbe che essa era stata inventata dai sistemi democratici, e, dunque, dagli Ateniesi e dai Romani. I tiranni non hanno bisogno di mentire: chiunque faccia l’analisi della menzogna politica, scrisse il malefico, si riduce a descrivere l’eterna guerra tra democrazia e verità. I Maestri della sofistica, che si vantavano di saper cancellare, a colpi di ragionamenti e di discorsi, i confini tra il vero e il falso, trovarono alunni e lauti ingaggi in Atene e nelle altre città “democratiche” della Grecia, e Cicerone, Sallustio e i “ricordi” di Aulo Gellio ci raccontano a quale livello di perfezione i politici di Roma repubblicana avessero portato l’arte di dire menzogne alle assemblee degli elettori.

Perfino Catone l’Uticense, la perfetta incarnazione della Virtù, l’Uomo che nulla perdonava a sé stesso e agli altri, l’Uomo che si muoveva per le strade di Roma come il Giudice Supremo, perfino Catone, racconta quella malalingua di Cicerone, durante la campagna elettorale si faceva accompagnare da uno schiavo “nomenclator”, una specie di anagrafe ambulante, che conosceva non solo i nomi di tutti i cittadini, ma anche i loro affari e i loro problemi. E scorgendo in lontananza Lucilio, il “nomenclator” sussurrava a Catone: “Questo che si sta avvicinando si chiama Lucilio, gestisce una lavanderia, e la moglie Sempronia soffre di dolori alle ossa.”. E Lucilio avrebbe raccontato agli amici che Catone, sì proprio quel Catone là, lo aveva salutato – è stato lui a salutare me, ma ci pensate- e non solo, ma si è fermato, e mi ha chiesto come vanno gli affari, e poi, a voce bassa, e con espressione turbata, come sta mia moglie. Lucilio sapeva che dopo le elezioni Catone non solo non l’avrebbe più salutato, ma non avrebbe nemmeno risposto al suo saluto: però non si incazzava: quel saluto “elettorale”era un rito, e i riti vanno rispettati.I Maestri di quest’arte insegnavano ai loro allievi a coordinare con la menzogna l’espressione del volto, e il vocabolario e la sintassi: le parole e la “faccia” sono indispensabili per conferire credibilità alla menzogna, all’inganno, alla dissimulazione.

Racconta Umberto Eco che nel giugno del1968 un “eminente uomo politico democristiano” a un giornalista che gli chiedeva lumi sulla composizione del nuovo governo rispose: “sarà un governo monocolore, ci saranno nel monocolore dei democristiani, ma non sarà un monocolore democristiano”. Il giornalista cercò di capire: poiché governo monocolore significa governo composto da uomini di un solo partito, e poiché costui ammette che ci saranno democristiani, ne devo dedurre che il governo sarà composto di soli democristiani. E dunque perché costui dice che non sarà un monocolore democristiano? In realtà, spiegò Eco, la frase significava esattamente: “noi democristiani governeremo, ma non assumiamo responsabilità per quello che faremo governando”: il politico democristiano aveva usato “una raffinata figura retorica che sui trattati classici si chiama “antimetabolé”, una frase composta da due proposizioni, in cui la seconda proposizione ripete i termini significativi della prima invertendo l’ordine. E’ la figura retorica del dire e del negare, nello stesso momento: in quell’articolo del 1968 Umberto Eco riconosceva che i politici italiani erano Maestri di “acutezze barocche” e che tra le figure retoriche amavano la “perifrasi”., il giro di parole, e “l’ossimoro paradossale”, quello delle “convergenze parallele”.

Ora sarebbe crudele chiedere a molti degli attori di questa campagna elettorale – a molti, non a uno solo –  se conoscono le acutezze barocche, la perifrasi e l’antimetabolé; sarebbe crudele perché si vede chiaramente che essi non hanno frequentato e non frequentano scuole di recitazione. Lo si vede, con chiarezza matematica, dal fatto che vorrebbero tessere inganni e raccontare  menzogne, e invece dicono solo misere bugie: e, per darsi un tono, o per farsi coraggio, le dicono sbraitando, predicando, proclamando senza mai mutare timbro e intensità di voce, senza variare l’espressione del volto: sia che parlino di tasse da cancellare, o di somme di danaro da regalare a tutti, sia che ciancino di immigrati, di integrazione, di identità nazionale, di stare in Europa, di uscire dall’Europa,  del dovere dell’accoglienza, di fascisti e di nazisti, la loro faccia è immobile e opaca, è una maschera di cera. In questa campagna elettorale non c’è una sola maschera di cera: ce ne sono parecchie. Gli attori sanno – sono riusciti a capirlo – che nel migliore dei casi non possono andare oltre la bugia, non sono in grado di costruire l’inganno. Sanno che gli applausi verranno dalla “claque” e da quella parte del pubblico che è fatta della stessa pasta degli attori, e che non ha cultura teatrale. Gli altri spettatori rimarranno in silenzio e continueranno a sperare che un giorno arrivi in cartellone una compagnia meglio addestrata. Sperano e aspettano. A ben vedere, non sono migliori degli altri.

immagine: “Pino Procopio, Il cannone del circo”