Avevano risparmiato per anni, messo da parte tutto il possibile, nella speranza di una vita dignitosa. Alcuni migranti avevano affidato anche diecimila euro a chi prometteva loro un posto di lavoro in Italia. Non chiedevano molto: “Lasciatemi lavorare, voglio solo costruirmi un futuro onesto”. Ma spesso queste suppliche sincere sono rimaste inascoltate, sebbene registrate dalle intercettazioni che hanno supportato l’indagine culminata con decine di arresti nell’area vesuviana.
Le conversazioni captate dagli inquirenti si sono rivelate decisive, come evidenziato nella misura cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Ciollaro. In un colloquio chiave, l’avvocato Vincenzo Sangiovanni viene interpellato da Antonio Noranna: “Vincenzo, scusa, ma dobbiamo davvero assumere quello? Tanto a me non serve nessuno”. Sangiovanni risponde con sufficienza: “Ne parliamo un attimo…”. Un botta e risposta che sembrerebbe confermare l’ipotesi investigativa: le assunzioni erano solo una facciata, costruita ad arte per incassare denaro.
Altre intercettazioni gettano luce sul cinismo con cui veniva gestito il meccanismo. Ancora Sangiovanni, rivolgendosi a un interlocutore: “Mi hai dato 200mila euro, dovevano essere 600mila… Vogliono venire? Che paghino. Altrimenti che se ne vadano, io senza soldi non faccio nulla”. Parole che lasciano emergere l’interesse economico dietro l’intero sistema di sfruttamento.
Le figure chiave dell’organizzazione
L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Michele Del Prete e dal pm Giuseppe Visone, ha rivelato una struttura complessa, con ruoli ben definiti. All’interno di una delle organizzazioni criminali sgominate, figuravano individui incaricati esclusivamente di gestire le richieste sulla piattaforma ministeriale: i cosiddetti “cliccatori” e “inseritori”. Il loro compito? Sfruttare il meccanismo del “click day”, quel momento critico in cui imprenditori e patronati possono caricare le domande di assunzione di lavoratori stranieri.
Essendo il numero di richieste nettamente superiore ai posti disponibili, la velocità e la tecnologia diventano armi fondamentali. Lo ha spiegato anche il procuratore Nicola Gratteri durante la conferenza stampa: i componenti della rete utilizzavano computer ad alte prestazioni e connessioni velocissime per battere sul tempo gli altri richiedenti, garantendosi l’accesso prioritario alla procedura.
La complicità interna: il caso degli agenti coinvolti
I reati ipotizzati vanno dall’associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina, all’estorsione aggravata da modalità mafiose, fino al falso e alla truffa. Tra le persone coinvolte, spicca anche Mario Nippoli, agente di polizia penitenziaria in servizio a Poggioreale, finito agli arresti domiciliari. Secondo l’accusa, si occupava dell’inserimento delle pratiche sul portale dello Sportello Unico per l’Immigrazione, utilizzando credenziali di accesso procurate ad hoc.
Durante una conversazione intercettata, Nippoli scherza addirittura sui reati commessi: “Tutto a posto, 624, 625bis… furto semplice e furto con destrezza”. La sua posizione è emersa nell’ambito di un più ampio monitoraggio su un altro poliziotto, attivo nel Vesuviano e sospettato di legami con il clan Fabbrocino. Secondo gli inquirenti, l’intero sistema era orchestrato da tre avvocati che gestivano in maniera sistematica il traffico illecito di contratti falsi in cambio di denaro.



