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Immenso il patrimonio dei Medici di Ottajano amministrato dal principe Giuseppe III (1745- 1793)

Negli uffici del Palazzo Medici e in due palazzi lungo la strada del Vaglio lavoravano ogni giorno non meno di venti “scrivani”, guidati da Giovanni Bifulco, membro della famiglia che un sindaco di Ottajano, anche lui di nome Bifulco, giudicò “fedelissima” ai Medici. I “serventi” della famiglia, che occupavano le stanze prossime all’ingresso del cortile, erano almeno dodici: un documento ci dice che il capo dei cuochi si chiamava Sebastiano ed era “napolitano”: forse lo condusse a Ottajano la moglie di Giuseppe, Vincenza Caracciolo dei principi di Avellino. Correda l’articolo il ritratto di Giuseppe III, opera di Paolo Di Maio.

 

Dunque, l’architetto Luca Vecchione riuscì a realizzare il progetto di Giuseppe III Medici (1745- 1793), trasformare il Castello in Palazzo, e farne un “luogo” di “requie e di travaglio”, di riposo e di lavoro. Non parlerò dell’eccezionale “processo” giuridico-politico che pose fine al sistema dei feudi e stabilì nuove relazioni giuridiche e finanziarie tra le amministrazioni cittadine e le famiglie feudali. La riforma definì burgensatici i beni che restavano di “diretta” proprietà di quelle famiglie: i notai Francesco Stanziano e Donato Antonio Cervelli riuscirono a classificare come beni burgensatici dei Medici un palazzo e una taverna alla strada del Vaglio e altre tre taverne, alla Zabatta, in contrada Campitello e “nel quartiere di San Giuseppe”: questa nel 1792 venne “appigionata per 217 annui ducati” a Michele Iervolino e ad Aniello Menichino.

Tra i beni burgensatici c’erano anche una masseria in Terzigno, la masseria Beneficio, “sulla strada confinale con Striano”, e la vigna “detta di Mannillo”. Le due masserie garantivano a Giuseppe una rendita annua complessiva di circa 800 ducati: la famiglia D’Ambruosi – detta i “Vammana” – gestiva in affitto vaste porzioni dell’una e dell’altra masseria, mentre la “vigna” era diretta da Tommaso Bifulco. I “corpi feudali”, gestiti in collegamento con gli amministratori di Ottajano, – i documenti elencano 28“corpi”- vennero affidati da Giuseppe a Giovanni Ranieri e ad Antonio Cola, che, amici di Luigi de’ Medici, mantennero l’incarico anche dopo la morte di Giuseppe .  Centinaia erano le moggia di vigneti e oliveti, e almeno 60 erano nel 1790 i “fittaioli”, i fittavoli: ci limitiamo a citare Giuseppe Barra “per una massaria di moggia 100 con casino in contrada San Leonardo” e i nomi di alcuni luoghi: la vasta contrada “Casamazza”, “Casa Scorreri”, “Mondezzaro”, contrada “Caldarella” e contrada Starzolella, gestita da Michele e Luigi Fabbrocini, i cui eredi avrebbero svolto un ruolo importante nella storia di Terzigno.

Un fatto è certo: tra i fittavoli ci sono i membri di tutte le famiglie che nell’’Ottocento e anche nel Novecento avrebbero costituito la borghesia ricca e potente di Ottajano, di San Giuseppe e di Terzigno. Tra i beni feudali c’era anche la “Taverna del Passo”, di cui i documenti ci forniscono una descrizione minuziosa e lunga, che forse pubblicherò, perché quella taverna ha svolto un ruolo importante nella storia di Ottaviano. Nel 1790 la gestivano Michele Mazza e Giuseppe Menichino e pagavano, ogni anno, 1750 ducati: il forno del pane garantiva lauti guadagni giornalieri. La famiglia Menichino gestiva, con Luigi Pascale, anche la “maccaronaria” – in seguito l’edificio divenne proprietà dei Pascale-, mentre la “casa della macina” e la “gabella della macina” erano nelle mani di Nicola Cutolo e di Pasquale Ranieri. La “taverna nella contrada Passanti” “venne appigionata” nel 1792 a Emanuele Albano, figlio del notaio Antonio, mentre Nicola Finiello ebbe in affitto la Taverna del Mauro, “lungo la strada che conduce alla Torre di Ave Gratia Plena”, cioè Torre Annunziata: la taverna “Belcampo” in San Gennarello dal 1793 al 1800 cambiò ogni anno fittavolo.

Una lunga battaglia venne combattuta dagli avvocati dell’amministrazione di Ottajano e da quelli di Giuseppe III per definire il diritto di proprietà sulle masserie del “Greco di sopra” e del “Greco di sotto” in un momento in cui incominciava ad accendersi la discussione con Nola per fissare i confini tra Ottajano e la città “episcopale”: le due masserie garantirono nel 1799 una rendita complessiva di 800 ducati: tra i “fittaiuoli” c’erano Crescenzo Fontanarosa, Domenico Iervolino e Nicola Ragosta: ad essi Giuseppe III Medici affidò il controllo del complicato “mercato del vino” di Ottajano, mentre Matteo Miranda ebbe l’incarico di sovrintendere alla produzione e al commercio dell’olio. Vincenzo D’Ambruosi e Pasquale Nunziante si occuparono delle proprietà che i Medici possedevano a Sarno.

Un articolo a parte dedicherò alla “taverna in contrada Piazzolla”, fonte di cospicui guadagni per i Medici, perché il suo destino fu strettamente legato alla disputa sui confini tra Nola e Ottajano. Un personaggio notevole fu, dunque, Giuseppe III Medici. Ma quando il principe, che era iscritto alla Massoneria, tentò di sostituire a Ottajano il culto della Madonna del Carmine con quello della Madonna delle tre Corone, venerata a Sarno, si scatenò la rivolta degli Ottajanesi. E lui si fece ritrarre da Paolo Di Maio con l’immagine della Madonna “sarnese”: ma di tutto questo abbiamo già parlato.

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