La festa dei “Lupercalia” si celebrava tra il 13 e il 15 febbraio, affidava le greggi alla protezione di Fauno Luperco ed era caratterizzata da complesse cerimonie che avevano lo scopo di favorire la fecondità delle donne. Dai “Saturnalia” il Carnevale ha ereditato i temi della “comissatio”, cioè la “baldoria” (Weeber): banchetti, fiumi di vino, musica, danza, e il momento della “mascherata””: a Roma, durante i “Saturnalia”, i servi diventavano padroni e i padroni servi. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Lawrence Alma- Tadema “The vintage festival”.
La festa dei “Saturnalia” per secoli si celebrò il 17 dicembre, Augusto la prolungò fino al 20, e Domiziano fino al 24. La festa prendeva nome da Saturno, il dio dell’età dell’oro, uno dei patroni dell’agricoltura, protettore, in particolare, della semina invernale: ma nessuno sapeva con certezza – lo dichiara Macrobio- quale fosse l’origine dei riti e delle cerimonie che si svolgevano in quei giorni di frenetica “licenza”, in cui era consentito violare le regole e infrangere le norme. Ritiene lo Scullard che gli eccessi servissero a cancellare la paura del solstizio d’inverno, quando le tenebre della notte arrivano presto e la luce del sole si offusca e si raffredda.
E il desiderio di esorcizzare in qualche modo le rivolte “servili” e, contemporaneamente, di ricordare la mitica età dell’oro, l’età della cuccagna che Saturno aveva donato agli uomini, spinse i Romani a concedere agli schiavi e ai liberti la “licenza” di parlare liberamente, in quei giorni, ai loro padroni, di liberare lo stomaco e il fegato dalla bile che vi si era accumulata per un anno intero. Seneca e Ateneo confermano che gli schiavi durante la festa diventavano uomini liberi e i padroni, come loro servi, organizzavano il banchetto, in memoria del fatto che durante il regno di Saturno tutti gli uomini erano liberi. Inoltre veniva eletto, tramite estrazione a sorte, un “princeps”, una caricatura della classe nobile, a cui veniva assegnato ogni potere sulla festa stessa: egli si copriva il volto con una buffa maschera e indossava vesti dai colori sgargianti tra cui predominava il rosso, il colore degli dei e degli imperatori.
In questi giorni di festa, caratterizzati “da una chiassosa allegria, da attività folli e da sfrenatezza” (Weeber), veniva sospeso il divieto dei giochi d’azzardo, e in tutte le osterie volavano lungo i tavoli i dadi di argilla, di osso, di avorio e le “tessere” di metallo, e niente poteva impedire ai giocatori di svuotare senza sosta le anfore del “mulsum”, il vino trattato con il miele, e di concludere i giochi con risse da gladiatori. Luciano scrive nell’opera “Saturnalia” che in quei sette giorni di festa era proibito soltanto intraprendere “azioni serie e importanti: ma ubriacarmi, esultare, giocare a dadi, ospitare schiavi, cantare e danzare nudo, imbrattarmi il volto di fuliggine e farmi gettare nell’acqua gelida, questo posso farlo finché voglio”. Racconta Cicerone nella quinta orazione contro Verre che durante le “baldorie” alcuni convitati restavano stesi a terra, come le vittime di una battaglia, “e i più se ne stavano sparpagliati, senza coscienza.”
Questa festa in onore di Saturno influì, soprattutto perché si svolgeva a dicembre, anche sul Natale cristiano, a cui trasmise il rito dello scambio dei doni. Marziale, povero “cliens”, ci conferma che i ricchi signori ai loro “clientes”, ai miseri che avevano il compito di riverirli e accompagnarli in corteo quando comparivano in pubblico, donavano non più bambole di terracotta, come accadeva nel remoto passato, ma spezie, verdure, frutta, carne di maiale, ostriche, pentole, calici, posate, abiti, libri e profumi. E dolci, e anche il sanguinaccio, di cui parla Ateneo. Ci dice Giovenale, anche lui misero “cliens” come il collega Marziale, che durante i “Saturnalia” i ricchi andavano a comprare i doni in un mercato che era aperto solo in quei giorni nel quartiere del commercio, la “Saepta”, che secoli dopo divenne l’ingresso di Piazza Navona.



