Il teatro San Carlino, “tempio del ridere napoletano”, in un acquerello di Pietro Scoppetta

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Il teatro, sorto nel 1740,venne ricostruito nel 1770 presso il Castello all’interno di un “isolotto di fabbriche” che si stendeva innanzi al Palazzo Sirignano” (Mario Alberto Pavone) e fu demolito nel 1884, quando i lavori per il “Risanamento” di Napoli produssero un ampliamento e una nuova sistemazione di Piazza Municipio. I suoi ultimi direttori furono Antonio Petito e Eduardo Scarpetta. L’ultima visita di Scarpetta, tra “sogno e realtà”. L’arte “incompiuta” di Pietro Scoppetta (1863 – 1920)

 

E’ necessario dedicare altri articoli alla storia del San Carlino, agli attori che predilessero il suo palcoscenico, a quello straordinario personaggio che fu Antonio Petito, l’ultimo e il più grande “Pulcinella”, che morì di infarto sul palcoscenico del teatro: il San Carlino orientò per due secoli “quell’allegria che è parte integrante dei costumi popolari napoletani”. Lo scrisse V. Salvatore, in un articolo pubblicato il 16 febbraio 1876 sull’ “Illustrazione italiana”, che si stampava a Milano. “Il San Carlino”, che è tra “le specialità di Napoli”, “si è ancora salvato dai colpi di certi “livellatori moderni”, gente fegatosa e puritana “e di certi scrittori che dicono di sapere tutto, e invece sanno soltanto gridare: “Una commedia che fa ridere! Che scandalo! Una commedia senza tragedia! Che orrore!” Essi ignorano che“il San Carlino è “ il santuario del dialetto napoletano, così immaginoso, così fantastico, così pieno di sale e di pepe, è la lingua di Cola Capasso, di Cortese, di Sgruttendio, di Basile. A chi vi dice che il dialetto che si parla nel San Carlino è basso e volgare, ridete sul muso”. Così sentenziò V. Salvatore. Come racconta Giulio Baffi, il martedì santo del 1884 Eduardo Scarpetta vi recitò per l’ultima volta “Na capa sciacqua” e poi raccontò l’ultima visita che fece al teatro, dopo aver chiesto il permesso ai custodi della Società Immobiliare, con la scusa di aver dimenticato alcuni oggetti nel suo camerino. “Tutto taceva all’intorno ed entrando io mi sentii sulla faccia come un alito di morte…Entrai nel mio camerino, che una volta era anche appartenuto ad Antonio Petito. Ad un tratto mi volsi: uno scricchiolio di usci socchiusi veniva dai camerini, e dal fondo delle quinte giungeva a tratti un bisbiglio confuso. Era sogno o realtà? E mentre sulla soglia del mio camerino appariva Don Antonio Petito, Raffaele Di Napoli si affacciava da quello occupato poi dal Pantalena, e adagio adagio, ultimo tra tutti, come sempre scendeva dalla scaletta scricchiolante Pasquale De Angelis al quale era succeduto Raffaele De Crescenzo”. Eduardo Scarpetta “sentì” la presenza degli altri attori che avevano legato la loro arte e la loro vita al San Carlino: la Tedesco, Pasquale Altavilla “col suo eterno e dolce sorriso sulle labbra”, e Mariano Ruoppolo”. Scarpetta si fece costruire da Michele Castiglione un modellino in sughero del teatro: una splendida riproduzione, che egli tenne con sé per 14 anni e che poi venne donata al Museo del San Carlino. Quando, nel 1920, pochi mesi dopo la sua morte, la Biennale di Venezia dedicò a Pietro Scoppetta, in memoriam, una mostra con 35 quadri, qualche critico protestò, dichiarando che il pittore non meritava tanto, poiché era rimasto “un illustratore”: il riferimento era all’attività di disegnatore che Scoppetta svolse fino agli ultimi giorni per giornali e riviste. Come altri pittori italiani dell’ultimo Ottocento e del primo Novecento Scoppetta si piegò alle richieste dei mercanti parigini e quando divenne famoso per i ritratti “fotografici” di signore dell’alta società il pittore modificò anche la sua tecnica, passando dalla pennellata grumosa – la pennellata di Morelli e di Fortuny – al tocco leggero e alle ombre luminose degli Impressionisti. Insomma, nelle sue opere c’erano una grande abilità e una fiacca passione. Lo dimostra il commento che Mario Alberto Pavone dedica all’acquerello del San Carlino: “Nella scena si direbbe che venga colto un momento del rinnovamento del teatro, ma potrebbe anche trattarsi della fase precedente la sua chiusura e quindi lo scioglimento della compagnia”. Scoppetta ci lascia nell’incertezza, non ci fornisce dettagli capaci di orientare la nostra comprensione: gli interessa mostrare la sua notevole abilità nel coordinare i vari toni del blu e nel variare i gesti delle figure e gli angoli di prospettiva della scena: pare veramente che intorno alle figure del centro che “stanno”, le altre – l’attore che esce dalla porta del teatro e l’asinaio – si muovano. Veramente.