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Il referendum che tocca il buon vivere

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La legislazione alle Regioni  su energia e ambiente  non ha dato buoni risultati. Necessaria una strategia nazionale.

E così finalmente andiamo al voto sul referendum. La lunga campagna elettorale è finita, portando con se divisioni e liti. In qualche nodo  bisognerà accantonarle. Tra i temi cruciali, sui quali  siamo chiamati ad esprimerci c’è il superamento della legislazione concorrente delle Regioni. Quella  capacità, cioè,  di regolamentare alcune materie in ambito regionale senza attendere  le decisioni e le volontà dello Stato centrale. Per effetto della precedente riforma del titolo V della Costituzione, le Regioni hanno competenza anche in materia di ambiente ed  energia. Grandi temi che qualificano la qualità della vita di una nazione. Il buon vivere con  comodità, senza sprechi, a basso costo. Si voterà si o no, è un dato che la delega in questi ambiti  non ha dato buona prova di autonomia locale. Ogni Regione ha un proprio piano  da rispettare e far rispettare. L’idea iniziale era buona, dopo che lo Stato aveva deciso di abbandonare i Piani Energetici Nazionali. Il potere di decidere e legiferare su temi tanto delicati va dato alle Regioni. Il risultato  è sotto gli occhi di tutti, anche di quelli che sostengono le ragioni del no al referendum di domani. I piani  regionali – teoricamente con  connotazioni ambientaliste – spesso (molto spesso)  sono stati adottati sulla spinta del governo centrale. Un paradosso per chi oggi dice no al ritrasferimento al centro di queste competenze. Lo Stato centrale è dovuto intervenire sui Governatori quando c’era il rischio di perdere i finanziamenti europei. Per non raccontare qui dei Piani energetici interregionali redatti solo a vantaggio di società di consulenze. Le ambizioni di gestire in ambiti delimitati i fabbisogni di energia per famiglie ed imprese sono, quindi, andate deluse. Per una convergenza di fattori,certamente, tra cui la mancanza di una visione strategica omogenea per risparmiare denari per importare energia di ogni tipo. La Puglia ha prodotto più energia da fonti rinnovabili della Cina, ma ha poi bloccato l’approdo di un importante e strategicogasdotto. La Campania su iniziativa del M5S ha applicato una moratoria sugli impianti  fotovoltaici. L’Emilia si è dilaniata sul referendum sulle trivelle. La Basilicata ha raggiunto il Pil più alto d’Italia grazie allo sfruttamento del petrolio della Val d’Agri. In Friuli e Trentino Alto Adige si consuma energia prodotta da centrali nucleari svizzere. L’elenco  di questi comportamenti arlecchino potrebbe continuare. Cosa ne ha guadagnato il decantato sistema Paese? Che la Costituzione riformata con il titolo V ha funzionato a rovescio. Quali e quanti investimenti può programmare un’azienda in un contesto così  disarticolato ? Quasi nulla. Si è obiettato che la vittoria del sì elimina il potere delle Regioni  per fare  gli interessi delle grandi company e dei “terribili poteri forti”. I fantasmi non fanno parte del mondo reale, ma nessuno ha chiarito chi altro potrà  tirare fuori denari per far progredire l’Italia in campo energetico ed ambientale. Vinca il sì, vinca il no, il tema va ripreso  con serietà mettendo in campo una strategia unica  da Nord a Sud per  produzione, qualità, distribuzione e trasporto di energia. Cittadini di ogni orientamento,imprese, territori sono ad aspettare.

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