I “social” e giornali importanti parlano della “sindrome” di Natale e ci dicono che riti e miti di Natale e Capodanno sono in crisi: era fatale che accadesse in un mondo in cui risultano deboli e snervati il sentimento dell’identità civica, il rispetto dei valori della comunità, l’attenzione per l’esistenza degli “altri”. E’ un mondo in cui a Gaza, e non solo a Gaza, donne, uomini e bambini muoiono di sete e di fame, e nel fuoco delle bombe, e i “social” servono quasi solo a mistificare la verità. E’ un mondo in cui ministri e generali ci dicono che bisogna preparare i giovani alla guerra. Una guerra imminente, ma non si sa contro chi. Lo decideranno a Berlino, o i mercanti di armi. Auguro a tutti, con un filo di voce, un sereno 2026: gli dei talvolta sono capaci di cambiare faccia al destino…Gli dei, e diceva A.Camus, la cultura…Beato chi ce l’ha……L’immagine che correda l’articolo non rende in maniera sufficientemente fedele i complessi valori cromatici del quadro.
Bernardo Strozzi (1581-1644) fu soprannominato anche “il Cappuccino” e “il Prete genovese” perché entrò nell’Ordine nel 1598 e fu autorizzato a uscirne, “in congedo”, nel 1608 affinché provvedesse al mantenimento della madre, rimasta vedova: quando la madre morì, tra il 1630 e il 1633, venne sollecitato a rientrare nell’Ordine. Ma Strozzi fuggì a Venezia e qui concluse la carriera e la vita. A Genova le autorità religiose gli avevano creato seri problemi contestando la sua inclinazione a conferire alle figure di Madonne e Santi i tratti delle figure del popolo non nobile. Prodigiosa è stata la capacità di questo pittore di coordinare nelle proprie opere e nella personale concezione dell’arte l’influenza di Caravaggio, di Rubens, di Velazquez, di Paolo Veronese.
“ È quindi indiscutibile come a partire dai primi anni Venti, lo Strozzi abbia coniato un linguaggio che rispondeva perfettamente al sentimento cromatico di Pietro Paolo Rubens e al naturalismo giungendo a una espressività pienamente barocca, ma in cui si evince il gusto di ritrarre “al naturale”. I confini imposti dalla superficie non limitano la sua capacità d’evocare una profondità scenica, ottenuta grazie alla fuga prospettica suggerita dalla digradante luminosità dello sfondo, artificio appropriato per suggerire il “tuttotondo” delle figure e la loro coerente inclusione dello spazio” (Wannenes, Art Magazine). Nel quadro “Dar da bere agli assetati” (olio su tela, cm. 120 x 185) sono presenti tutti questi elementi. Il soggetto è stato replicato e copiato almeno cinque volte: e si tratta, sostiene Luisa Mortari, di “esemplari autografi”: del resto, non è facile definire l’elenco delle opere di Strozzi per l’abitudine che egli aveva di copiare più volte la stessa opera servendosi della collaborazione dei numerosi assistenti.
Era la conseguenza di un mercato in forte espansione, proprio nelle due città, Genova e Venezia, in cui Strozzi svolse la propria attività. Nel quadro di cui oggi parliamo è evidente l’abilità del pittore nel creare corrispondenze, variazioni, contrasti e suggestioni. La testa del vecchio che beve alle spalle della donna serve a dirci che lo spazio si apre oltre il “primo piano”, dentro l’ombra del fondo. La figura della donna che versa l’acqua dall’anfora preziosa è l’intreccio delle linee curve “dettate” dai gesti, dalla rotondità del volto e delle masse muscolari, dal “gioco” sapientemente calibrato delle pieghe dei panni e dei nodi di capelli. Linee verticali e linee spezzate segnano, per contrasto, le forme del vecchio, di cui Strozzi dipinge con grande arte il capo, le “onde” della barba e dei capelli, e i segni dello smagrimento che mette a nudo i muscoli del collo, della spalla del braccio.
Teste e corpi sono dipinti con calibrate pennellate di terra gialla, ma il giallo viene parzialmente spento da sapienti velature di grigio, più consistenti sulle spalle della signora. Niente deve distrarre l’attenzione dell’osservatore dal “centro” dell’opera, che è l’anfora da cui l’acqua scende nelle ciotole. E in questo “centro” il pittore colloca le due ciotole tonde, e la “mobilità” delle dita, una mobilità sottolineata dalle strisce di rosso “proiettato”, anche sul volto del ragazzo, dal rosso panno che copre il vecchio. Strozzi, come Velazquez, affida al rosso, opportunamente steso, il compito di suggerire movimento: e il gomito rosso della signora “porta” il braccio verso di noi.
Ma perché Strozzi ha disegnato e dipinto non un semplice vaso, ma un raffinato recipiente? Credo che abbia voluto dirci che quell’acqua non è solo il prezioso liquido che spegne la sete, ma è metafora della vita, è immagine della carità cristiana. Perciò il vecchio la sta osservando con intensa attenzione, e il ragazzo con curiosità. Il “luogo” in cui lo Strozzi dà la misura della sua tecnica è la mano sinistra stretta intorno alla stampella.






