Nel ‘600 e ancora nella prima metà del ‘700 era diffusa la convinzione che i “fenomeni” del Vesuvio – e tra questi il magnetismo-, spingevano i Vesuviani a essere violenti e a non rispettare i valori dell’onestà e della “purezza”. Questa forza diabolica esercitava la sua influenza nefasta anche sui preti, corrompendoli con il piacere della lussuria e della ricchezza. Il regalo dell’ “uovo dipinto”. Correda l’articolo l’immagine del quadro “Strada vesuviana” (cm. 40x 60) che Gustave Caillebotte dipinse nel 1872.
Abbiamo ricordato più volte che a partire dalle eruzioni del ‘600 la teologia non escluse che lave e ceneri del vulcano venissero su dall’ Inferno e che Dio se ne servisse per punire i peccatori del territorio e per indurli al pentimento: qualche vescovo nolano dichiarò che tra i peccatori occupavano la prima fila gli Ottajanesi, amanti della violenza e spietati “grassatori di strada”: vittime delle loro grassazioni erano i cocchieri dei carri che a centinaia ogni giorno percorrevano le strade tra Nola, Sarno e il Vesuviano trasportando grano, pasta, formaggio e tessuti. Perciò dopo ogni eruzione la Curia Nolana inviava a Ottajano “missioni” anche di importanti uomini di Chiesa, che notte e giorno celebravano riti nelle piazze chiamando i cittadini a confessarsi pubblicamente e a pentirsi. I “lumi” del ‘700 posero fine al “teatro”, e qualche studioso capovolse i giudizi “infernali” sul Vesuvio descrivendo gli effetti benefici delle sue erbe salutari. Ma Paolo Mattia Doria continuò a credere che il magnetismo del vulcano, che “contaminava” senza sosta l’aria del territorio, rendesse i Vesuviani inclini alla violenza. Di tutti i parroci che tra il 1805 e il 1870 governarono le parrocchie ottajanesi non c’era nessuno che non appartenesse a famiglie ricche e potenti del paese. Il clero esercitava un potere sociale smisurato: sotto i Borbone, oltre a gestire l’insegnamento primario nelle scuole pubbliche, certificavano l’anagrafe, concedevano la patente di misero e di bisognoso, e almeno fino al 1868 continuarono a garantire la buona condotta dei parrocchiani. Dai pulpiti lanciavano strali contro coloro che conducevano vita scandalosa, e contro i dissoluti irrecuperabili potevano anche invocare il rigore della legge. Nell’ ottobre del 1831 il Sottointendente di Castellammare, Capece Minutolo, scrisse a Gennaro Pasca, vescovo di Nola, di aver saputo con precisione che nel territorio di Ottajano si vedevano varie donne incinte senza essere legittimamente unite in matrimonio: e dunque chiedeva, il Capece Minutolo, che i parroci prestassero particolare cura all’andamento delle donzelle. Alle delicate parole di colui che rappresentava le istituzioni civili il Vescovo rispose con asprezza, ricordò che i parroci già avevano fatto il loro dovere quando avevano fornito alla polizia l’elenco completo di tutte le donne scandalose e propose la sua soluzione del problema: carcere e riformatorio, altro che prediche e donzelle. Nella replica Capece Miunutolo impartì a tale vescovo una lezione di raffinatezza culturale e linguistica, ricordandogli che più delle forze di polizia valgono i mezzi evangelici di dolcezza e di persuasione, né d’altra banda si può in qualche conservatorio di Napoli inviar tutte quelle che cadano in simil fallo, perché non vi è capienza .Una ventina di anni dopo i parroci di Ottajano, interrogati dal delegato del Vescovo, fornirono la più amara delle conferme ai segreti pensieri che stavano dietro l’ironia e il sarcasmo del Sottointendente. Il primicerio della Chiesa di San Michele, membro di una famiglia potentissima, accusato da un nugolo di esposti, d’esser padre del figlio che una vedova della parrocchia era sul punto di partorire parlò di calunnia, non negò di essere “morso” talvolta dalla “seduzione” del peccato, garantì che sapeva resistere e difendere la sua “purezza”, ricordò la minaccia diabolica del magnetismo del vulcano, e infine accusò il parroco di San Francesco, che egli riteneva autore dei primi “esposti” contro di lui, di non prestare assistenza ai moribondi. Il parroco di San Francesco rilanciò la palla al primicerio, non negando che la voce pubblica gli addossava la responsabilità diretta della gravidanza della vedova – il cui soprannome era Scardara, o Scardova– e poi tirò nella melma anche gli altri parroci: uno di essi, che godeva della stima di tutta la comunità, venne accusato di aver troppa confidenza con le penitenti, e di aver regalato a una donna maritata due uova dipinte. C’era, nella precisazione, un’intenzione maligna,perché l’uovo dipinto, quasi sempre con il carminio, talvolta con l’ocra, significava desiderio carnale. Perciò, aggiunse l’accusatore, la donna era stata bastonata dal marito. Un altro parroco venne accusato di essere un accattone di messe. Questo presunto accattone, interrogato a sua volta, difese a spada tratta il primicerio, contro il quale si accanirono invece i canonici, dichiarando in coro che egli era non solo un lussurioso, ma anche un mariuolo. Confrontando le dichiarazioni e i cognomi dei parroci, potremmo dimostrare agevolmente che alla base di questo squallido teatro c’erano anche i riflessi di un conflitto durissimo che, a partire dal 1848, scosse il ceto dei galantuomini di Ottajano; ma ci limitiamo a notare che tutte le accuse venivano confortate col riferimento alla voce pubblica: e non c’è dubbio che tutti gli Ottajanesi sapessero, e che già sapessero il vescovo e il suo delegato, informati su ogni dettaglio da un fiume di lettere anonime e di esposti. Abbiamo parlato solo dei parroci di Ottajano. Ma pochi parroci del territorio Vesuviano sfuggirono all’accusa, quasi sempre calunniosa – ovviamente- di essere libidinosi e di mettere le mani, indebitamente,sui beni mobili e immobili di chiese e congreghe.






