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L’unità d’Italia “spaccò” le famiglie dei nobili del Sud: Carlo Pisacane morì combattendo contro i Borbone, e il fratello e il nipote furono “borbonici” a oltranza;  legittimista fu il conte Enrico Statella, mentre il cognato fu ministro dell’Italia unita. Il duello tra Statella e Basile. L’avv. Menzione, condirettore di un giornale legittimista. I circoli dei “nostalgici” borbonici.

 

I “legittimisti”, i nostalgici dei Borbone, dopo il 1861 combatterono contro i “piemontesi” anche con i giornali, che ebbero vita assai difficile, e con circoli e associazioni. Francesco Dell’Erba ricorda che ancora nei primi anni del ‘900 nel palazzo Cavalcanti, a via Toledo, aveva sede il circolo “Unione del Mezzogiorno”, frequentato da circa duecento “nostalgici”, e presieduto dal duca di Castellaneta, un cinquantenne “piuttosto pingue, calvo, baffi più bianchi che biondi, colorito acceso, sguardo dolcissimo”. Era membro del circolo Gennaro Pisacane, duca di San Giovanni, nipote di quel Carlo Pisacane, eroe dell’impresa di Sapri, socialista seguace di Proudhon, ucciso a Sanza nel luglio del1857 dai contadini incitati dalla polizia borbonica. Filippo, fratello di Carlo, fu invece sempre un fervente e coraggioso legittimista, seguì Francesco II in esilio, poi si stabilì a Parigi e non tornò mai più in Italia. Il figlio Gennaro ereditò da lui e conservò intatta la fedeltà ai Borbone. Una figura importante nel mondo del legittimismo borbonico fu il conte Enrico Statella di Cassaro, figlio del generale Antonio Statella, che seguì in esilio Francesco II. Il conte Enrico, “gran signore, carattere fiero e generoso”, che aveva combattuto nell’esercito di Francesco II come ufficiale degli ussari, ebbe come cognato quel marchese Antonio di Rudinì, che fu sindaco di Palermo, convinto “savoiardo”, prefetto di Napoli e ministro dell’Italia unita. E la polizia napoletana, sebbene sapesse della sua stretta parentela con il di Rudinì – o forse, come sospettarono i maligni, proprio per ordine del cognato filopiemontese – sottopose il conte Enrico e la sua casa a numerosi e rovinosi controlli, e durante una di queste visite i poliziotti osarono ordinare al conte di spogliarsi nudo, per controllare se nascondesse armi.

Nel maggio del 1876 il principe ereditario Umberto e la moglie Margherita, che due anni dopo sarebbero diventati Re e Regina d’Italia, visitarono Napoli, accolti dalla nobiltà amica con feste e banchetti. Un giorno, in via Caracciolo, che dame e “galantuomini” affollavano per la consueta passeggiata, il conte Enrico Statella passò accanto alla carrozza della principessa Margherita, e non si inchinò, né salutò. Anzi, due ufficiali “italiani” raccontarono poi che il conte, in segno di disprezzo, si era “calcato il cappello sulla testa”. Uno dei due ufficiali, il tenente Basile, lo sfidò a duello. Lo scontro, al primo sangue, si svolse in una villa a Fuorigrotta, mentre una folla enorme, in piazza Vittoria, aspettava di conoscere l’esito del confronto. Il Basile venne ferito al braccio quasi subito, e i suoi padrini riconobbero immediatamente che la vittoria era dello Statella. Il quale dichiarò, cavallerescamente, che sebbene non gli facesse piacere vedere i Savoia seduti sul trono dei Borbone, egli non aveva offeso in alcun modo la principessa Margherita, poiché, in quanto nobile siciliano e ufficiale dell’esercito napoletano, egli sapeva come comportarsi nei confronti di una Signora

Il più importante giornale legittimista fu il “Vero Guelfo”, che aveva la sua sede a via Pellegrini a Toledo e che avversò non solo i “piemontesi” e i loro amici napoletani, ma anche i “repubblicani”, e cioè i giovani che sul finire dell’Ottocento diffusero, anche a Napoli, le idee del socialismo e furono apertamente ostili all’istituto della monarchia e alla religione: il loro grido di battaglia era “Abbasso il Papa Re”.

Il condirettore del giornale, l’avv. Vincenzo Menzione, venne più volte sfidato a duello per i suoi articoli “velenosi: ” ma, sebbene gli piacesse assumere “l’aria di guappo”, respinse sempre i cartelli di sfida, proclamando che i suoi principi religiosi gli impedivano di battersi in duello. Scrive Francesco Dell’Erba che “col duca della Regina, don Carlo Capece Galeota, morto nel 1909, scese nella tomba l’ultimo dei borbonici di Napoli”.