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Un caso giudiziario che, nonostante una condanna esemplare, lascia ancora molti interrogativi in sospeso sul caso specifico e sugli incendi vesuviani, e chissà che non abbia in futuro risvolti eclatanti.

A 10 mesi dal terribile incendio che devastò gran parte del patrimonio boschivo del Parco Nazionale del Vesuvio, c’è solo una persona che sta pagando per quel disastro che ha presumibilmente altri colpevoli. Leonardo Orsino sembra invece che debba pagare per tutti, gli è stato affibbiato il ruolo di colpevole per eccellenza, la prova provata del fantomatico attacco criminale, il paravento per altre e forse ben più gravi responsabilità che vengono sottaciute perché equamente distribuite tra chi doveva prevedere ed intervenire al tempo dovuto e non lo fece, lasciando che il PNV bruciasse irreparabilmente.

A seguire l’intervista a Giuseppe Rizzo e Anna Esposito, avvocato difensore e madre di Leonardo Orsino.

Le intercettazioni telefoniche parlano di una zia di Leonardo Orsino che conversa con un’altra parente e che sostiene di aver visto il nipote stranito ad osservare l’incendio e senza intervenire ma sta di fatto che né in quel contesto, né altrove nessuno ha mai visto Leonardo Orsino appiccare incendi.

«Ma le dirò di più, è lui,  quando si è scatenato l’incendio, è il nipote che l’ha chiamata per avvertirla del fuoco e per questo era lì quando è arrivata, era là e non doveva certo buttarsi tra le fiamme in gesto di estremo sacrificio.»

Poi c’è il fatto dell’accendino, se ricordo bene, la signora in questione affermava di aver visto su un muretto l’accendino, senza specificarne però la proprietà e senza averlo mai visto in mano al ragazzo

«È così, mai visto nelle mani del ragazzo e badi bene che là c’hanno anche un forno per le pizze e il padre l’ha sempre detta questa cosa qua.»

Stando quindi alle intercettazioni telefoniche ci sarebbe in vero ben poco da dire, secondo me, ma invece la cosa che mi lascia più perplesso è quella legata alle intercettazioni ambientali fatte in caserma dove erano stati convocati, Leonardo Orsino, il padre, la madre e le zie.

«Le zie sono state chiamate un’oretta prima della famiglia Orsino e sono state messe in attesa, durante questa attesa un carabiniere, nel rispondere al perché di quella convocazione, parla loro dell’incendio e di un video che riprenderebbe il nipote Leonardo e il figlio di una delle due al quale veniva dato un ruolo secondario scaricando tutte le responsabilità su Leonardo, incastrato, a su dire, dal video, partendo dal fatto, presunto reale, che fossero stati loro.»

Ma nelle trascrizioni, pur senza alcuna esplicita ammissione da parte dell’Orsino, si evince il tentativo di scagionare Leonardo Orsino creando una sorta di alibi, non è così?

«Un’ora dopo arrivano loro e a richiesta viene risposto che esiste un video che inchioda Leonardo che con un accendino in mano da fuoco al Vesuvio. A questo i genitori chiedono spiegazione al ragazzo chiedendo se fosse stato lui a compiere il reato ma questi nega nella maniera più assoluta e incomincia a temere per un arresto. Io penso che qualsiasi persona, sotto pressione, con il padre e la madre che gli dicono: – qui ci sono i video che ti accusano – Cosa fa questa persona? Confessa! Invece no! E teme seriamente di andarci lui per sotto.»

Ma questi video esistono realmente?

«Assolutamente no!»

Corre voce però che qualcuno abbia messo sull’avviso i carabinieri, che ci sia stato chi ha indicato Leonardo Orsino come probabile piromane o incendiario.

«Guardi, in quei giorni c’era una sorta di caccia alle streghe, c’era la caccia all’untore!»

Be’ certo se a tre giorni dallo scoppio dell’incendio c’era già chi gridava all’attacco criminale, il clima non poteva che essere incandescente, e non solo per le fiamme. Ma la domanda che più mi preme fare è la seguente: Ma è mai possibile che, in uno stato di diritto, una persona venga condannata a 4 anni e 6 mesi per un’intercettazione telefonica di qualcuno che suppone che questi abbia fatto qualcosa?

«È la giustizia italiana, poi aspettiamo le motivazioni del giudice, al momento abbiamo solo il dispositivo, ovvero la condanna per incendio boschivo.»

È stato chiesto il rito abbreviato; è vero, come in genere si dice, che è una sorta di ammissione di colpa?

«Assolutamente no! È solo un rito dove tu valuti se andare a giudizio oppure no. Il giudice valuta gli atti di indagine e non c’è nessuna ammissione di colpa anzi, quando gli è stato chiesto più volte di confessare, Leonardo si è sempre dichiarato innocente.»

Ma ci sarà un appello?

«Certo, aspettiamo le motivazioni e ci sarà l’appello. È una scelta puramente strategica quella di scegliere un rito rispetto ad un altro ma, fare un rito abbreviato, non è un’ammissione di colpa.»

Ma che lei sappia, a dieci mesi dagli incendi, ci sono altre indagini in corso?

«L’indagine rispetto a Leonardo è conclusa, so che ci sono altre indagini in corso, spero che queste altre indagini portino a capire ulteriormente che Leonardo è soltanto un capro espiatorio e basta. Questo è un classico processo indiziario, né più, né meno!»

Chi ha svolto le indagini?

«I carabinieri di Torre del Greco e vari pubblici ministeri della Procura di Torre Annunziata ma badi bene che sul posto non hanno fatto neanche una perizia!»

Come dice lei ci troviamo davanti a un qualcosa di molto grave ma vi siete rivolti anche ad altri media per mettere in risalto la situazione?

«Ma vaglielo a spiegare all’opinione pubblica che il parco del Vesuvio ha dei problemi seri, che gli alberi là sopra sono malati, sono secchi e possono prendere facilmente fuoco, vai a vedere il sottobosco facilmente infiammabile!»

Ma secondo lei, il fatto stesso che il ragazzo, oltre ad avere questi indizi contro, avesse anche dei precedenti, non ha influito sulla sua condanna?

«C’è una pena sospesa risalente a qualche anno fa, una ragazzata, nulla di più e non tutte le fandonie che gli hanno attribuito come ad esempio il possesso d’armi e cose del genere, Leonardo ha una compagna un figlio piccolo. Ma Leonardo è stato condannato ancor prima che il processo iniziasse.»

E lei signora, cosa vuole dire a supporto dell’innocenza di sui figlio?

«Posso solo dire che mio figlio è innocente e posso solo dire che si facesse chiarezza e si andasse a cercare chi, e per cosa, quel maledetto luglio, ha appiccato l’incendio.»

Ma è vero che lei si trovava nella casa a riposare quando è scoppiato l’incendio?

«Assolutamente no! Quando è arrivata mia cognata noi già stavamo intervenendo e mio figlio stava vicino a me che ero sveglia e tanto meno mio figlio avrebbe voluto farmi morire bruciata in casa. Poi, l’incendio di quella notte è stato talmente ristretto che neanche ha toccato la vegetazione vicino casa.»

Allora non si è trattato dell’ettaro di pineta di cui si era parlato sui giornali all’epoca dei fatti?

«Assolutamente no! Non è l’ettaro dietro casa mia!»

Qual è la zona?

«In via sopra i Camaldoli.» (avv)

È lì dove abitate?

«Sì e l’accusa attribuisce all’Orsino di aver appiccato l’incendio nel proprio giardino!» (avv)

E la questione del consigliere di Torre del Greco che sostiene di aver visto Leonardo con fare sospetto durante gli incendi?

«Era un assessore che girava con una pattuglia dei carabinieri e che aveva incontrato Leonardo il quale li aveva informati di aver visto una persona che si aggirava su un Liberty con delle taniche, individuo visto da più persone, anche dai nostri vicini e invece loro hanno sostenuto che lui li aveva informati in tal modo per depistare le indagini. Non capisco le dichiarazioni di questo assessore alla PS che aveva visto semplicemente Leonardo recarsi a casa.»

Galleria fotografica dei luoghi dell’incendio