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I templi di Paestum”, una “gouache” di Saverio Della Gatta, un Maestro poco noto

Nella seconda metà del ‘700 Napoli divenne una capitale del turismo europeo. Molti turisti desideravano portar via un’immagine della città, e perciò alcuni pittori si impegnarono nella produzione di “gouaches”, spesso ripetendo, con poche variazioni, lo stesso soggetto. Della tecnica della “gouache”, che è diversa dalle tecniche dell’acquerello e della tempera, parlerò in un prossimo articolo. Fu Raffaello Causa, nel 1957, a sottolineare, per primo, le qualità del Della Gatta (1758- 1830?). Correda l’articolo l’immagine della “gouache” citata nel titolo (cm.30×42), composta probabilmente nel 1783.

 

Di Saverio Della Gatta si sa poco: la sua attività è documentata tra il 1770 e il 1830, e si ignora anche l’anno preciso della morte. Si sa per certo che fu allievo di Giacomo Cestaro e Tino Santangelo non esclude che egli “abbia goduto della protezione di Lord Hamilton”: questo rapporto potrebbe indurre la critica a considerare oggettivi “gli elementi di contiguità artistica tra Della Gatta e Pietro Fabris”, che fu, con il Lusieri, il più importante dei “gouachisti” napoletani e lavorò a lungo per il lord inglese. Il primo a sottolineare l’importanza del Della Gatta fu Raffaello Causa, il quale, nel libro su Pitloo pubblicato nel 1957, scrisse che Della Gatta “era un nome pressoché sconosciuto, ma degno di piena considerazione per quanto si può stabilire dalle poche opere note e firmate”.

Ma negli anni successivi le opere note divennero sempre più numerose, e fu sempre più chiaro per gli studiosi che notevole era la tecnica del Della Gatta, soprattutto nelle “vedute topografiche”, il cui mercato diventava di giorno in giorno più fiorente, tanto da spingere a dedicarsi al tema “una nutrita schiera di artisti, Michele D’Anna, Luigi Del Giudice, Pasquale e Luigi Gentile, Luigi e Salvatore Fergola, Francesco Zerilli e Odoardo Fischetti”. Denise Maria Pagano ricorda le parole che Goethe pronunciò contemplando, per la prima volta, le solenni architetture dei templi di Paestum: “Sono l’ultimo e più splendido quadro che porto interamente con me ora che ritorno al nord”. I Napoletani incominciarono a conoscere i templi quando la piana del Sele diventò la sede prediletta da Carlo di Borbone per le sue partite di caccia. E ai templi di Paestum Antonio Joli, Hubert Robert e Claude Louis Chatelet dedicarono gouaches e disegni, Hackert e Ducros tempere e quadri: l’opera del Della Gatta sembra dipendere da una gouache di Pietro Fabris, poiché, scrive la Pagano, “uguale è l’impianto compositivo e il senso di partecipazione sentimentale nella resa di un angolo di paesaggio campano pittoresco, entrato a far parte dell’immaginario collettivo e tradotto in modi aggraziati ed eleganti, dove è riproposto il tema della capanna come ritorno a una natura primitiva”.

Il Della Gatta ci mette di suo la scena del tempo presente, rappresentato, nell’angolo in basso a destra, dai buoi, dalle due nere capre, dalla coppia di pastori, dal pastore seduto,  e dall’intensa macchia del verde che si stacca per contrasto dal grigio dei templi e dell’incolto terreno su cui essi sorgono: velature di grigio smorzano il verde dei cespugli che, in secondo piano, segnano in diversi punti la pianura. E le piante che si levano in alto, in primo piano, contribuiscono, con le contorsioni del tronco e dei rami, a “muovere” una scena che i templi, da soli, renderebbero immobile, nel tempo e nello spazio. Preciso è il disegno dei tre templi: al centro c’è il tempio di Nettuno, con le sue “raffinate soluzioni architettoniche” che l’artista registra con grande fedeltà; accanto c’è il tempio di Era, chiamato anche “Basilica”, in lontananza “si profila” il tempio detto “di Cerere”, ma consacrato in realtà ad Atena.

Le montagne e le nuvole in fondo sono rese con pennellate larghe e abilmente diluite, che ricordano quelle del Lusieri: servono a suggerire la profondità e a consentire ai due templi di “dominare” la scena. Poiché nella pittura “a guazzo” il verde e i colori di terra tendono ad affievolirsi, oso pensare che sul verde dei cespugli in primo piano il pittore abbia steso una velatura ad acquerello. Sarà utile dedicare uno spazio più ampio ai pittori di gouache tra gli ultimi anni del ‘700 e i primi dell’’800, perché essi contribuiscono a definire valori e aspetti del “pittoresco” napoletano, quello dei luoghi e quello dei personaggi. E poi, di questi tempi, è meglio parlare di pittura: i quadri offrono – non tutti, però- una splendida e rasserenante “distrazione”.

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