Il processo di analisi della stabilità finanziaria firmato BCE e l’esposizione alla Cina.
La situazione globale è d’incertezza. Tutta l’Europa, con la rivoluzionaria introduzione del bail-in, e l’Italia con la riforma della Banca di Credito Cooperativo, ben si accomodano in questo panorama insicuro.
La banca centrale europea ha un dipartimento apposito, per l’analisi della stabilità finanziaria, vale a dire per la valutazione dello stato di salute, di solidità e vulnerabilità del sistema finanziario, con particolare attenzione al costo dell’instabilità finanziaria in termini di economia reale.
Il processo di analisi è composto di varie fasi, dall’individuazione del rischio alla sua valutazione ed eventuale comunicazione. Monitorare la situazione macro-economica è di fondamentale importanza, perché i mercati reagiscono repentinamente a qualsiasi evento o situazione. Identificare le possibili vulnerabilità del sistema è forse l’unico strumento per poter individuare, tempestivamente, e gestire il rischio.
Attualmente, di rischi ce ne sono vari. Gli Stati Uniti che aumentano i tassi d’interesse, il Giappone che invece li porta sotto lo zero. L’estrema vulnerabilità dei mercati emergenti. La frenata e l’instabilità del mercato cinese.
Il mercato europeo, seppur diverso, diversissimo, da quello americano, gli è estremamente legato. Spesso i cicli economico-finanziari seguono percorsi completamente differenti, ma guardando alle serie storiche si può notare che cambi nei rendimenti di titoli europei spesso hanno coinciso con cambi di politica monetaria da parte della Fed.
La vulnerabilità dei paesi emergenti, completamente allo sbando, è preoccupante poiché un rallentamento nel loro tasso di crescita, potrebbe incidere sul ritmo europeo e globale.
Ma nell’occhio del ciclone c’è la Cina, il Paese più popolato del mondo.
Seppur tra le maggiori potenze economiche, la sua crescita è estremamente rallentata. Nel 2010 il PIL cinese cresceva dell’11%, nel 2015 è cresciuto (solo) del 6,9%.
Lo stretto monitoraggio della Cina, da parte dei mercati finanziari, è cominciato la scorsa estate, in seguito al crollo del mercato azionario che vide una riduzione di un terzo di tutti i prezzi. In pochissimo tempo, circa 3.5 bilioni di dollari evaporarono, pari a circa il totale del mercato finanziario indiano (giusto per rendere l’idea).
Circa cinque settimane dopo si ebbe un crollo di dimensioni ancora maggiori (the China’s Black Monday), e i prezzi delle azioni arrivarono a -40% rispetto ai massimi valori del 2015.
La caduta sembrava essersi fermata e i mercati stabilizzatisi, ma la volatilità della Cina è cosa risaputa, ed infatti, lo scorso 4 Gennaio il CSI 300 (l’indice di riferimento dei maggiori titoli cinesi) è precipitato del 7% e le transazioni furono bloccate. Tre giorni dopo, di nuovo, il mercato fu chiuso: il 7 Gennaio è stata la giornata più breve nella storia dei mercati cinesi, 14 minuti.
L’ultimo “Financial Stability Report”, però, rassicura l’Europa, nei confronti dell’instabilità cinese.
In effetti, le esportazioni europee in Cina non superano il 6% in ogni paese; in Italia, del totale dei beni esportati è diretto in Cina solo il 4-6%.
Anche guardando al settore bancario, tutte le grandi economie europee, tra cui l’Italia, sono esposte alla Cina in misura relativamente piccola.
Sembra, quindi, che il rischio “Cina” non debba preoccupare più di tanto.
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