Di Amato Lamberti
Quando, nel 1990, l”Alto Commissario per la lotta alla mafia affermò che nel Mezzogiorno territori anche estesi sono controllati e governati dalle organizzazioni criminali, furono molti quelli che considerarono l”espressione eccessiva se non infelice. In realtà essa si limitava a registrare una situazione di fatto ben conosciuta e contro la quale le risposte dello Stato si rivelano sempre più insufficienti.
L”intreccio camorra-amministrazione pubblica che, nel 1991, un”indagine della magistratura e dei carabinieri ha portato alla luce, e ha portato allo scioglimento per condizionamento camorristico di Casandrino, piccolo comune della cintura metropolitana di Napoli, non è un caso isolato ed aberrante di governo della camorra sul territorio, ma l”esempio, nemmeno più vistoso, dei meccanismi attraverso cui questo controllo malavitoso si afferma e si esercita in tutte le situazioni territoriali in cui la camorra esiste ed opera.
La camorra non è mai solo un”organizzazione criminale: che si limita cioè, al controllo del mercato della criminalità e della illegalità. Il suo fine principale, contrariamente a quanto molti sostengono, non è quello dell”arricchimento e dell”accumulazione capitalistica, quanto piuttosto il potere, e cioè il governo di un territorio per controllarne poi tutte le attività economiche. E questo non solo per fare più denaro mettendo le mani sui flussi della spesa pubblica, che resta, comunque, il fattore più consistente e sicuro su cui le comunità meridionali possono contare, ma anche, e soprattutto, per acquisire più potere di decisione di controllo.
Il camorrista non vuole apparire come un semplice delinquente, sia pure capo di una cosca agguerrita, ma come un”autorità che è in grado di distribuire favori, posti di lavoro, prebende di vario tipo e natura. Per questo è inevitabile che nei contesti territoriali in cui la camorra esiste ed opera si creino saldature a più livelli con le amministrazioni locali, le Usl, e tutti i segmenti che articolano la presenza dello Stato sul territorio.
Il potere del “capozona” o del “capoclan”, quello che gli assicura anche un consenso sociale più o meno esteso, sempre necessario per non essere considerato solo un delinquente da temere ma non da rispettare, si esercita nella società, ma soprattutto dentro le amministrazioni pubbliche, perchè sono queste a regolare la vita economica e produttiva della comunità. Il camorrista non può fare a meno di essere dentro questi meccanismi che lo mettono in grado di far vincere appalti, di far avere licenze commerciali e di ambulantato, ma anche sussidi, contributi, assunzioni temporanee o definitive.
Le saldature e le interconnessioni che la camorra stabilisce con le amministrazioni locali diventano per questa ragione molto strette, ma anche molto articolate. Possono giocarsi sulla minaccia e l”esercizio della violenza, ma anche sulla convivenza e sull”appartenenza. Il problema è sempre il grado di autonomia che il livello politico e amministrativo intende, o è in grado di rivendicare. Si possono realizzare situazioni molto diverse: da quella totale subalternità del personale politico e amministrativo alla camorra a quella di elevata conflittualità, con scontri anche violenti, tra camorra e amministratori pubblici.
In genere, poichè anche il personale politico e amministrativo rivendica spazi di manovra e autonomia di decisione, si crea una situazione di negoziazione, spesso conflittuale, dove la camorra per affermarsi deve far ricorso a forme di intimidazione e di violenza, che servono a riconfermare potere e capacità di coazione rispetto allo Stato e alle sue istituzioni. Come a Casandrino, dove la camorra poteva decidere l”assegnazione di appalti, ma anche stabilità e composizione della giunta comunale, dovendo però far ricorso sia ad atti di intimidazione violenta, quali la gambizzazione di coloro che facevamo resistenza per difendere i propri spazi di autonomia e di decisione; sia a manifestazioni plateali di potenza, come nel caso della convocazione forzata della giunta a casa del boss per ricevere l”ordine delle dimissioni.
Una situazione conflittuale che non indica, però, un livello di resistenza delle istituzioni rispetto alla pressione camorristica, ma soltanto uno scontro tra due poteri, quello camorristico e quello istituzionale, accomunati da una stessa logica affaristico-clientelare. Altrimenti ben diversi sarebbero i livelli e le modalità di conflitto e, soprattutto, ben più ridotte le capacità di manovra della camorra nell”amministrazione pubblica.
Il dramma è che Casandrino non è un caso isolato nè in Campania nè nell”area metropolitana di Napoli, come dimostrano gli esempi dei Comuni sciolti per infiltrazioni camorriste, di cui abbiamo parlato. L”intreccio camorra-amministrazioni pubbliche si riproduce, con le modalità più diverse, in decine di altre situazioni, dando luogo ad un processo di sostanziale disgregazione delle istituzioni, ma anche della società, che è sotto gli occhi di tutti.
Questa visibilità, impudente ed opprimente, evidentemente non basta a provocare risposte e reazioni capaci di attivare almeno qualche forma di mobilitazione dell”opinione pubblica oltre che degli apparati dello Stato. Si sta realizzando quella che può essere considerata forse la situazione peggiore: un tranquillo accomodamento ad una situazione vissuta come ineliminabile, quasi una componente del paesaggio, anch”esso sempre più caotico e disgregato.
CITTÁ AL SETACCIO

