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“Gli insulti” nella lingua napoletana di un grande scrittore del ‘600: G.B. Basile

Molti si sono ricordati di G.B. Basile perché la sua opera – e non solo “Il Cunto de li Cunti”-è stata una preziosa fonte di ispirazione per il compianto Maestro Roberto De Simone. Alla lingua di G.B. Basile ha dedicato uno studio prezioso per ampiezza e profondità Carolina Stromboli, professoressa presso l’Università di Salerno, autrice del libro “Le parole del Cunto – indagine sul lessico napoletano del ‘600”, pubblicato nel 2017.

Carolina Stromboli, che frequentò il Liceo Classico “A.Diaz” di Ottaviano e oggi è professoressa associata di Linguistica Italiana presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Salerno, ha diviso la sua indagine in quattro sezioni: il lessico della gastronomia; Il lessico della paura; I nomi degli uccelli; le ingiurie. Per ora, dedichiamo l’articolo alla quarta sezione, le “ingiurie”, e in premessa diciamo che la Stromboli ha veramente dimostrato che il lessico di G.B. Basile è una enciclopedia del “parlare napoletano”. L’autrice correda i suoi commenti con puntuali riferimenti agli autori napoletani vissuti prima di Basile e ai suoi contemporanei, a G.F. Straparola, a G.B. Del Tufo, a Filippo Sgruttendio, a Pompeo Sarnelli, a G.C. Cortese, che di Basile era amico. Precisi sono i riferimenti alla storia delle parole nei secoli successivi, e costante è la citazione del “Dizionario Etimologico Napoletano”, opera del “nostro” prof. Francesco D’Ascoli, che pubblicò il Dizionario nel 1979 e volle che avesse un prezioso “ornamento”: le immagini dei disegni a penna di Michele Arpaia. Oggi, dunque, parliamo delle “ingiurie” attestate dalle opere di G.B. Basile, non di tutte quelle esaminate dalla studiosa, ma di quelle che ho sentito usare nel nostro territorio quando ero ragazzo, molti anni fa. Babbione significa “sciocco, semplicione”, con particolare riferimento al fatto che gli sciocchi hanno l’abitudine di torcere le labbra, e il labbro, in dialetto lucchese, è “babbio”. Alcuni dizionari etimologici ci dicono che il termine deriva da alcune forme dialettali spagnole “babiòn, babieca”. Ma forse all’origine di tutto c’è una voce del latino popolare, “babulus”.Canna de chiavica è il tubo della fogna, immagine adatta a indicare “il mangione, colui che a tavola non si ferma mai, e manda tutto giù, proprio come quel tubo lì”. Basile usava anche altri termini per indicare il personaggio: spiapranzo, sfruttapanelle, scopacocine, liccapignata, cannarone. E “cannarone” – l’uomo dalla gola enorme – indicava non solo il mangione, ma anche il “chiacchierone”. Anche canna fraceta indicava chi mangia troppo e chi parla troppo: chi parla troppo e a vuoto, e cioè senza concludere nulla, meritava di essere chiamato culo di gallina, per ovvi motivi, e trommetta della Vicaria. Le persone pettegole, pronte a parlare pubblicamente di fatti di cui era preferibile tacere, ricordavano ai Napoletani i banditori della Gran Corte della Vicaria, che leggevano in pubblico i bandi dopo aver richiamato l’attenzione della gente con una trombetta. Chiappo de’ mpiso era la persona violenta e pericolosa, che non aveva pietà di nessuno, proprio come il cappio che stringe la gola dell’impiccato. Terribile era l’insulto figlio de’ ngabellata, “figlio di prostituta”. Le prostitute napoletane pagavano una tassa, una “gabella”, che a Napoli fu istituita nel febbraio del 1401 dal re Ladislao. L’esazione di queste tasse venne data in appalto a Luigi De Aldemorisco: ci dice Francesco D’Ascoli che nel 1589 ogni prostituta doveva versare due carlini al mese, e 15 grana a Pasqua e 15 a Natale. Guaguina era la donna non bella, di facili costumi, e sempre in movimento alla ricerca dell’affare. “Guaguina” era il gabbiano, e il nome “è deformazione dello spagnolo “gavina” a sua volta risalente ad una forma latina “gavina” (lat. class. “gavia”): al significato traslato si è giunti dalla considerazione dello svolazzare dell’uccello da mattina a sera sulle acque litorali, nonché dalla forma corta e irregolare delle zampe.” (F. D’Ascoli). “Sfizioso” è il percorso che il protagonista della tavola napoletana, ‘o maccarone, ha fatto per diventare sinonimo di “stupido, babbeo”. C’è forse l’influenza di un termine del tardo latino, maccare, cioè “ammaccare”, ma tutto dipende dal gesto dello schiacciare con cui si formavano, dai pezzetti di impasto, gli “gnocchi”, forse la prima forma di maccheroni. E “gnocco” viene usato anche oggi come sinonimo di “stupido”, di persona che non conta nulla, che si fa “schiacciare” senza resistere. Francesco D’Ascoli ci ricorda che intorno al nome “maccarone” i Napoletani hanno intessuto varie metafore. Mi piace ricordare maccarone senza pertuso che indica “lo sciocco insipido e pesante”, poiché i maccheroni senza buco erano di poco pregio e sempre indigesti. Strano è il caso di perchia che G.B. Basile usa come “immagine” di “donna pettegola e volgare”. “La perchia è un pesce assai comune, di spiccata mediocrità e di pochissimo valore, con bocca larga e ventre grosso e floscio” (D’Ascoli). Ma in qualche dialetto del Sud “perchia” può indicare anche una ragazza piacente. E’ una questione di gusto. A tavola, si sa, i Napoletani erano, e forse sono ancora, schizzinosi. Quando parleremo del “lessico della gastronomia”, vedremo quale fu il genio dei Napoletani nel tessere metafore intorno ai nomi dei “piatti”.

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