Home Memoria e Presenza Gli ex voto devozionali di Santa Maria a Castello: una testimonianza di...

Gli ex voto devozionali di Santa Maria a Castello: una testimonianza di fede

288
0
CONDIVIDI

Tra i verdi pendii del Monte Somma sorge l’antica chiesetta di Santa Maria a Castello, che da ben quattro secoli è meta di un ininterrotto pellegrinaggio e di un’intramontabile venerazione.  Sono numerosi i miracoli e le leggende aventi per protagonista la Mamma Schiavona, così denominata dai contadini locali. I numerosi ex voto generano nei fedeli una forte emozione e una  profonda commozione.

 

Il culto della Madonna di Castello è accomunato al mistico cerchio delle sette Madonne sorelle: la tradizione del popolo campano venera, infatti, sette Madonne in Santuari diversi dove vengono onorate e idoleggiate con riti e preghiere differenti. Le sette Madonne prendono il nome dai luoghi a cui sono legate o dagli attributi che le caratterizzano e sono: la Madonna dell’Arco di Sant’Anastasia, la Madonna di Castello di Somma Vesuviana, la Madonna delle Galline di Pagani, la Madonna dei Bagni di Scafati, la Madonna dell’Avvocata di Maiori, la Madonna di Materdomini di Nocera Superiore e la Madonna di Montevergine.

La tradizione, orale e scritta, rievoca numerosi miracoli concessi dalla Mamma Schiavona di Castello, così denominata dai contadini locali. A ciò si affiancano i numerosi ex-voto custoditi nelle sale interne della chiesa. Questo cospicuo patrimonio votivo, analizzato dallo scrivente nel 1993 sulla rivista Summana 28, era fino ad allora scarsamente conosciuto, non essendo mai stato oggetto di una vera ricerca e di uno studio particolare, ne essendo mai stata effettuata una sistematica catalogazione. L’uso di fare offerte alla divinità è certamente molto remoto e da ciò trae origine e si sviluppa lentamente in numerose civiltà la consuetudine dell’ex- voto. Nell’antica Roma, oltre alla precatio (preghiera) e alla devotio (devozione), si aggiungeva il votum (voto), che consisteva nel compiere una data cosa purché gli dei ne concedessero prima un’altra. Non è un caso che nel mondo romano i primi ex-voto li troviamo nei santuari di età repubblicana e imperiale.

Gli oggetti votivi di Santa Maria a Castello sono stati creati nel tempo con forme e materiali diversi: pittura su vetro, su tavola e su tela; fotografie sbiadite; sbalzi in argento; metalli vari e lavori in legno. La maggior parte delle tavolette lignee sono temporalmente datate all’ inizio del Novecento, mentre qualcuna è dell’Ottocento: la tradizione votiva abbracciava un lungo periodo, forse già a partire dalla fine del Seicento. Moltissimi esemplari della collezione furono irrimediabilmente perduti dopo eruzioni, incendi e calamità. Collocati nei locali annessi alla chiesa, tuttora possono essere ammirati nello loro profonda bellezza. L’intera collezione si arricchisce, inoltre, di innumerevoli fotografie d’epoca, inumidite e sbianchite dal tempo. In effetti, con la scoperta della macchina fotografica, il cui uso fu divulgato negli anni ’20 del Novecento a Somma, la tavoletta pittorica venne parzialmente sostituita da riproduzioni fotografiche. Nell’ex-voto pittorico, in special modo, l’autore incaricato si sforzava di rappresentare, più realisticamente possibile, l’episodio per farlo rivivere intensamente nel fedele osservatore. I soggetti trattati sono raggruppati nelle seguenti tre tipologie: medicina e chirurgia, infortunistica e calamità.

Interventi chirurgici, malattie, guarigioni, strumenti ortopedici, incidenti di caccia e da arma da fuoco, incendi, ritorno da guerre, sono questi i temi ricorrenti del voto devozionale. Il pittore di tavolette, che più ricorre, è l’artista sommese Vito Auriemma alias Vitillo (1887 – 1944). La didascalia annessa, e proposta in modo visibile, comprende generalmente il nome e cognome del miracolato con la data dell’evento. Le sigle, invece, che si trovano per lo più chiuse in un riquadro, oppure scritte nella parte bassa, rinnovano le espressioni comuni a divozione di o per grazia ricevuta. Fissa in riquadro di nuvole chiare (nube teofanica) appare, costante, l’immagine della Vergine di Castello assisa in trono. L’ex voto più antico (vedi foto), molto malridotto e mancante di alcune parti, è un dipinto su vetro recante nella parte bassa la caratteristica sigla V.F.G.A. (Votum fecit et gratiam accepit). La scena del dipinto raffigura l’intercessione della Mamma Schiavona per una donna ammalata, giacente in un letto, assistita e confortata dai familiari e dai medici.  Il miracolo più eclatante, ancora oggi ricordato dagli anziani del posto, è raffigurato, invece, in un ex-voto fotografico. L’immagine ritrae la miracolata Rosa Granata, distesa nel suo letto, in piena sofferenza con accanto un prete e i suoi familiari. La tradizione orale contadina ci attesta che la ragazza era stata posseduta dal demonio e, messa al cospetto della Vergine, era guarita dopo aver espulso attraverso il vomito una grande quantità di spilli. Oggetti votivi sono anche i vestiti nuziali, le trecce capelli, riproduzioni anatomiche, piccole bare. Quest’ultime venivano offerte in dono da coloro che si ritenevano scampati alla morte, soprattutto bambini. I capelli, invece, per lo più disposti in trecce, avevano nella ritualità contadina un significato sacrificale particolarmente elevato. L’acconciatura di lunghe e abbondanti chiome era il motivo di vanto per la donna dell’epoca: l’offerta in voto era un atto di dedizione molto profondo e personale. L’argomento, comunque, necessiterebbe ancora di un più accurato studio con opportune comparazioni con altre produzioni nei diversi santuari mariani della zona, tra cui Madonna dell’Arco.

(FONTE FOTO: A.ANGRI/ C.GIBOTTA)