Correda l’articolo l’immagine di Carolina Bonaparte, sorella di Napoleone, moglie di Murat e dunque regina di Napoli dal 1808 al 1815. Carolina fu conquistata dalla bellezza dei coralli e dispose che venissero incastonati nelle sue collane e nei suoi diademi. Giuseppe Bonaparte, re di Napoli dal 1806 al 5 luglio del 1808, e Murat, re dal 1808 al 1815, protessero i corallari di Torre del Greco dagli attacchi dei pirati barbareschi e dalle minacce del bey di Tunisi.
Tra l’altro la regina Carolina donò al fratello imperatore una spada sulla impugnatura della quale erano incastonati coralli lavorati a Napoli e a Torre del Greco (immagine in appendice) e fece in modo che la fama dei corallari napoletani e vesuviani si diffondesse per tutta l’Europa. A Napoli l’arte della pesca del corallo era arrivata nel sec. XVI, portata dai corallari ebrei costretti ad andar via dalla Sicilia e si era rapidamente diffusa. Nel 1788 Ferdinando IV consentì “ai suoi sudditi la libera pesca del corallo nei mari d’Africa ed in altri” e promise che avrebbe favorito “con ogni conveniente mezzo tale industria diretta al mantenimento effettivo di una considerevole popolazione, la quale, non trovando, alle falde del Vesuvio, sufficiente assistenza e lavoro per procacciarsela, deve per ogni giusto riflesso essere protetta e incoraggiata nell’indicato utile ramo che da tanto tempo professa”( Archivio Storico Camera Commercio Napoli, fasc. n.27).
Nei primi anni dell’’800 le aggressioni dei corsari barbareschi, che riducevano in schiavitù i pescatori, rallentarono l’attività dei corallari torresi, a tal punto che nel 1809 l’arcivescovo di Taranto, Giuseppe Capecelatro, a cui Murat aveva affidato il ministero degli Affari Interni – questo arcivescovo-politico merita la nostra attenzione – incaricò la Camera di Commercio “di occuparsi degli incoraggiamenti necessari ad animare questa utile industria”. Gran parte del corallo pescato veniva venduta dai Torresi che però incominciarono a lavorarlo in modo sempre più raffinato a partire dal 1805, quando arrivò a Torre del Greco l’orafo francese Paolo Bartolomeo Martin, che venne autorizzato ad aprire un’officina per la lavorazione del corallo: qui egli insegnò il mestiere a un centinaio di Torresi, molti dei quali pochi anni dopo si misero a lavorare in proprio.
Nel 1810 la Camera di Commercio sollecitò il ministro dell’Interno ad “aprire una corrispondenza diplomatica commerciale con il bey di Tunisi perché possano meritare la sua protezione le barche che ripartono alla pesca del corallo e per facilitare ogni altra intrapresa di commercio”. Il ministro dell’ Interno e il ministro degli Affari Esteri, Marzio Mastrilli marchese di Gallo, chiesero alla Camera di Commercio notizie più precise, temendo forse che le richieste della Camera mirassero a far guerra al Raimbert, l’agente che aveva il suo centro operativo nell’isola di Tabarca e che dal governo francese era stato incaricato di dirigere il movimento delle navi dei corallari di Francia e del Regno di Napoli e di ridurre il potere del bey di Tunisi. Giovanni Tescione, nel libro “Italiani alla pesca del corallo” (Napoli, 1940, pagg. 70-71), ci fornisce i dati precisi sulla pesca del corallo nel 1810. In questo anno nei mari africani “pescarono 127 battelli, dei quali 18 francesi e 109 napoletani, ottenendo un prodotto di 41278 libbre di corallo, valutati 50 franchi la libbra, cioè 2.063.900 franchi in totale, da cui dedotti franchi 508.000 per spese di armamento, esercizio, salario e vitto degli equipaggi, in ragione di 4000 franchi a battello, si ha un prodotto netto di 1.555.900 franchi”. (Da notare che la libbra napoletana corrisponde a circa 320 grammi, e quella inglese a circa 450 grammi).
Murat decise di non condividere la politica del governo francese e nel 1812 inviò a Tunisi, come console generale, Renato De Martino che concluse con il bey una tregua triennale. Caduto Murat, i Borbone continuarono la sua politica di relazioni pacifiche con il potere tunisino. Dovremmo parlare della storia del corallo nel mondo antico e degli aspetti belli e “brutti” della sua fama. Alla prossima.










