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Ercolano illustra al mondo i valori vitali della classicità, e perciò è già, nei fatti, capitale della cultura

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I reperti di Ercolano illustrarono alla cultura europea i valori del realismo dell’arte classica. Le incisioni del Piroli. L’epicureismo e la Villa dei Papiri. La continuità vitale della storia della città. La villa settecentesca dei Riario Sforza. Il MAV. Una rarità: i reperti in legno.

“ Si va ormai a Ercolano per completare e integrare la visione di Pompei”

Amedeo Maiuri

Sul finire degli anni ’70 gli studenti universitari che seguivano con passione le illuminanti lezioni di archeologia tenute dal prof. Achille Adriani si dividevano in ammiratori di Pompei e in ammiratori di Ercolano. Tra i filo- ercolanesi erano diffusi due sospetti, che per Amedeo Maiuri esistessero, ai piedi del Vesuvio, solo Pompei e Ercolano, e che Pompei fosse molto più importante di Ercolano. I fatti, e in primo luogo gli scavi di Somma, hanno dimostrato che il primo sospetto era fondato, mentre la lettura completa degli scritti del grande archeologo hanno annacquato, di molto, l’altro sospetto.

Da sempre Pompei mi incuriosisce, Ercolano mi affascina. Quando visito Pompei, non riesco a liberarmi dall’idea che l’eruzione del 79 abbia interrotto per sempre la storia della città trasformandola in una metafora: della insensibilità degli dei, per Marziale e per Stazio; del tempo che tutto implacabilmente dissolve, per Marco Aurelio, e, per Leopardi, della stoltezza degli uomini che si lasciano sedurre dalle illusioni. Invece, non appena entro in Ercolano, ricordo che per quelle strade un giorno si aggiravano Filodemo di Gadara e Sirone, seguiti dai loro allievi, tra i quali c’erano Virgilio e i suoi amici Plozio, Vario, Quintilio, e che questi nomi vennero letti da Marcello Gigante in un frustulo di un papiro ercolanese. Manca il nome di Orazio, che però nella satira I, 5 indica gli amici di Virgilio nello stesso ordine del papiro: Plozio e Vario. La gloria del poeta dell’ Eneide illumina sia Ercolano che Mantova, scelta come capitale della cultura per il 2016.

Filodemo parlava ai suoi allievi di temi eterni, l’invidia, la calunnia, l’avidità, e intanto raccoglieva la sua biblioteca nella villa dei Pisoni, o dei Papiri, il cui scavo, scrisse Amedeo Maiuri, “ è la più avventurosa e la più romanzesca vicenda della storia degli scavi”. Le scuole di Filodemo e di Sirone a Ercolano e a Napoli furono l’officina dell’ epicureismo italico, e non è difficile dimostrare che i valori di questo epicureismo sopravvissero fino a diventare lievito della cultura napoletana, alimento archetipo anche di quella “ strafottenza” che qualche giorno fa Erri De Luca ha indicato come “virtù” importante del carattere dei cittadini di Partenope, riducendola però a qualità riflessa, a impulsiva contestazione dell’arroganza dei Piemontesi conquistatori.

Ogni volta che visito Ercolano, sento che non vi è stacco tra i resti della città antica e le forme che la vita assume lungo le strade della città di oggi: la prima assorbe i clamori dell’altra e le trasmette, in cambio, i suoi silenzi carichi di voci e di suggestioni. In un suo prezioso libro Amedeo Maiuri ricordò che le statue dei cittadini importanti, “ i notabili del luogo”, trovate nel Foro e nel Teatro di Ercolano ( v. foto in appendice), avevano “ quell’aria di provinciali danarosi e sicuri di sé che dava ai nervi a Cicerone quando rimproverava ai Capuani la loro magniloquente alterigia.”. Era “gente pratica” che con il proprio danaro aveva risolto qualche problema della città, messa in ginocchio dal terremoto del 63 d.C., e aveva ricevuto in cambio l’onore della statua eretta in luogo pubblico: Anneo Mammiano Rufo forse aveva fatto costruire il teatro, e Lucio Mammio Massimo il mercato coperto, e i Remmi, padre e figlio, l’ufficio di pesi e misure: avevano, tutti, “volti contadineschi, mascelle salde e robuste, naso largo carnoso”.

Questo tipo vesuviano – un tipo psicologico e fisico – esiste ancora. Ercolano ha trasmesso alla cultura europea i valori del realismo propri delle arti figurative dell’ ellenismo e dell’età imperiale. Sarebbe interessante studiare la misura dell’influenza che esercitò sugli artisti francesi il volume “ Antiquités d’ Herculanum”, con le immagini degli affreschi riprodotte dall’incisore romano Tommaso Piroli, che venne pubblicato nel 1804, a Parigi, dai fratelli Piranesi e dallo stampatore – libraio Leblanc. E Lord Hamilton e Emma Lyon Hamilton amarono Ercolano quanto Pompei: lo dimostrava la loro collezione di reperti.

A metà del sec.XVIII Gerolamo Riario Sforza si fece costruire a Ercolano, all’inizio della strada detta del “ Miglio d’oro”, una villa che il canonico Celano definì “ la Regina delle Ville, non solo di questi luoghi, ma di tutta Napoli”, “ niuna essendovene, di quelle che ai privati appartengono, che la uguagli in magnificenza, buon gusto e splendidezza”. Il Riario Sforza riprodusse, nell’architettura, nelle decorazioni, nelle epigrafi, e perfino “nel bosco”, una villa romana, dimostrando, con concreta immediatezza, l’attualità dei valori classici del bello e del “buon gusto”. Ma tutto il Miglio d’Oro, con le sue ville storiche, i suoi palazzi, con le rovine drammatiche del presente, con la gente che non è mai indistinta folla, ci dimostra che anche nel disordine di oggi ci sono i segni di un ordine che potremmo classificare con una parola dallo smisurato campo semantico, “humanitas”. E il MAV, il Museo Archeologico Virtuale, è il documento più suggestivo e più complicato della vitalità perenne della civiltà classica, capace di dare risposte significative anche quando si incontra con la tecnologia del post-moderno.

Ercolano è, nei fatti, capitale della cultura. Ercolano e Pompei ci dicono da dove dovremo ripartire, quando decideremo di ripartire. Per ripartire, è anche necessario che i docenti delle scuole vesuviane incomincino a inserire tra gli obblighi di programma le visite guidate a Ercolano, alla città di ieri e a quella di oggi, al MAV, alle ville e ai palazzi del “ Miglio d’oro”, al Museo Archeologico di Napoli. Consentitemi una “sententia” enfatica, che però qui “ci azzecca”: chi non conosce la propria terra, non conosce sé stesso: chi non ha visto i reperti in legno ercolanesi ( vedi foto) che il Vesuvio non riuscì a distruggere, non sa che le cose parlano, e non sa quante storie siano in grado di raccontare, se sei capace di ascoltare.

reperti in legno statua di una matrona

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