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Duemila anni fa, grazie a Nerone e alla sua passione per il canto, Napoli svolse un ruolo decisivo nello sviluppo della cultura dell’ applauso. I Napoletani e migliaia di immigrati egiziani vennero allenati  nei vari tipi di applausi, “i bombi”, “le tegole” e “i mattoni”. Gli esercizi e la dieta dell’imperatore per rendere più chiara la voce.  La sera del debutto ci fu un violento terremoto. Questo articolo è stato già pubblicato  otto anni fa.

 

In un primo tempo l”imperatore si era accontentato di ascoltare Terpno che ogni sera, a chiusura del banchetto, prendeva la cetra e si esibiva fino a notte fonda. Poi decise di emularlo. Prima di tutto, irrobustì la voce, che era tenue, e aveva un timbro “fosco” che sarebbe andato bene, duemila anni dopo, per le canzoni dell’ esistenzialismo e della “mala”, ma che non si adattava alla musica e ai testi dell’ epoca. Per dar forza a questa sua voce particolare, Nerone accettò di farsi torturare: si sdraiava a terra, supino, si faceva piazzare sul petto una lastra di piombo, e così sforzava, a lungo, il respiro; si purgava con clisteri, non mangiava frutta, e spesso si accontentava di un piatto di porri all’olio. Grazie a Nerone, i porri diventarono un ortaggio alla moda: i più ricercati venivano dall’ Egitto, da Ostia e da Ariccia. I medici li consigliavano come lassativo e come rinfrescante, e non escludevano che fossero afrodisiaci, poiché il porro “odia il suolo irrigato, e ama il concime e la terra grassa”.Tanti sacrifici, sopportati in nome dell’ arte, non furono vani: l’ imperatore incominciò a esibirsi per gli intimi, e a ogni esibizione crescevano il controllo delle tecniche e la qualità del canto, e soprattutto crescevano gli applausi. Quando fu pienamente sicuro di sé, Nerone decise di esibirsi in pubblico: la musica che resta nascosta non viene apprezzata da nessuno. Ma dove debuttare?

Se egli fosse stato veramente quel Nerone che ci hanno dipinto a nero di seppia, avrebbe debuttato direttamente in Grecia, la terra sacra del canto e della musica; sarebbero stati applausi a scena aperta, anche se non avesse aperto la bocca; si sarebbero sbracciati, i Greci, a chiedergli il bis, e a pregarlo di prolungare la tournèe, anche se non avesse indovinato una nota. Ma l’ imperatore mostrò rispetto di sé e della sua vocazione. Scartò Roma, considerando i Romani troppo incompetenti di musica, e scelse Napoli, città di spiriti e di umori ancora tutti greci, e dunque esperta di canto e di cantanti, e teatro continuo di spettacoli d”ogni genere. Il debutto di Nerone fu un trionfo, prima, durante e dopo. E non solo per lo scroscio ininterrotto degli applausi. Finito lo spettacolo, gli spettatori uscirono dal teatro, ancora acclamando con l’ ultimo soffio di voce, e battendo ancora le mani; e l’ ultimo gruppo si era appena allontanato, quando una scossa di terremoto buttò giù l’ edificio. Svetonio dice invece che la scossa ci fu a spettacolo in corso, e che Nerone non si mosse finché non portò a termine il pezzo che aveva iniziato.

Un dato è certo: il terremoto non fece né morti né feriti. Si può supporre che i Napoletani, nella valutazione del fatto, si siano divisi in due partiti: di qua i pessimisti, immediatamente persuasi che Nerone portasse jella, di là gli altri, convinti del contrario: sì il terremoto c’è stato, ma siamo tutti salvi e sani: nemmeno un graffio. E dunque questo imperatore porta bene, altro che jella. Vinse questa seconda dottrina, poiché Nerone continuò a esibirsi a Napoli. Avendo apprezzato gli elogi musicali che gli cantavano alcuni Alessandrini appena arrivati in città con le navi del grano, l”imperatore fece venire dall’Egitto i loro concittadini più bravi in simili pratiche, li aggregò a cinquemila robusti giovanotti che erano il fiore della plebe di Napoli, divise la massa in squadre, e ordinò che imparassero i tipi fondamentali dell’ applauso: a partire dai “bombi”, i ronzii, che ne costituivano il suono di base, e restavano compatti nel crescendo. In questo corpo si innestavano, a comando, le impennate vertiginose, le vibrazioni estreme, che si chiamavano “tegole”, perché le mani si tenevano incavate, e ne veniva fuori un fragore sordo, la cupa minaccia di una tempesta imminente; e si chiamavano “mattoni”, perché le palme delle mani cozzavano violentemente, producendo uno strepito secco, chiaro, uno sparo, come di due mattoni che si urtano, o di mano che batte con forza l’argilla nella forma.

I “clacchisti” si distinguevano per le folte chiome e per l’ eleganza dell’ abbigliamento; i loro capi guadagnavano decine di migliaia di sesterzi. Il potere è sempre stato generoso con “clacchisti” semplici e direttori di claque. A Napoli Nerone apprese che le Gallie si erano ribellate sotto la guida di Vindice, e che era incominciato l’ ultimo atto della sua vita e del suo impero. E lui, questo epilogo, lo visse e lo recitò in uno stato in cui la realtà e la scena, il ruolo dell’ imperatore e le maschere dell’ attore musicista e cantante costituivano oramai un tutt’ uno. Delle accuse e degli oltraggi che i ribelli gli rivolgevano nei loro editti lo facevano incavolare soprattutto le espressioni di disprezzo riservate alla sua arte.

Negli ultimi giorni, quando anche i Romani lo mollarono, e già si udiva il passo cadenzato delle legioni dei “liberatori”, qualcuno scrisse sulle colonne della città che con il suo canto Nerone aveva svegliato anche i galli (e si giocava sul duplice significato del termine “gallus”, che in latino indica il popolo e anche il re del pollaio): insomma, è venuto il momento di dirti la verità: tu non canti: tu strilli. Come si vede, l’arte italica di cacciar fuori il coraggio quando non si corrono più rischi ha radici antiche. L”imperatore cantante cercò di sottrarsi al destino di morte: ma quando tentò di convincere gli ufficiali della sua guardia del corpo a fuggire con lui in Asia, uno di essi lo sbeffeggiò recitandogli un verso di Virgilio: “Fino a questo punto è penoso morire?” (e penso a certi professoroni francesi che hanno osato sostenere che i Romani non avevano senso dell’ umorismo).

Quando infine si accorse che arrivavano i cavalieri incaricati di prenderlo vivo, Nerone declamò con voce tremante un bel verso di Omero: “mi giunge all’ orecchio il galoppo dei cavalli veloci”, e con l”aiuto del liberto Epafrodito si cacciò un pugnale in gola. Poco prima, aveva detto: “Quale artista muore con me”. Che mi pare un’espressione monumentale.
Chiamare gli applausi “tegole” e “mattoni” non era stata una grande idea: con quei nomi uno scroscio di applausi uccide.