“Il tempio di Venere a Baia” (olio su tela, cm..52 x 61) dimostra quali innovazioni Anton Sminck Pitloo ( 1790- 1837) portò nella pittura napoletana di paesaggio indicando ai Maestri della “Scuola di Posillipo” le tecniche e i “modi della percezione” della pittura “en plein air”, “all’aria aperta”. Il così detto “tempio di Venere” era in realtà un edificio che faceva parte del palazzo imperiale costruito nei primi due secoli dell’era cristiana per consentire agli imperatori di Roma di riposarsi e di curarsi con le acque termali.
Pochi luoghi meritano di essere considerati “magici” come Baia, il golfo e i Campi Flegrei: magici di una magia positiva – lo splendore del paesaggio, le miracolose acque termali , il mito di Virgilio Mago – e nello stesso tempo contaminati dai “vapori” della magia negativa che venivano su dall’altro della Sibilla, dai crateri fumanti,dalle grotte tenebrose e dalla vita libertina degli abitanti. Seneca sconsiglia al suo allievo Lucilio di frequentare Baia, che è ricca di bellezze naturali, ma è diventata una capitale non solo della lussuria, ma anche della confusione chiassosa: per le spiagge girano gruppi di ubriachi e di notte e di giorno il mare pullula di barche piene di gente che si ingozza e canta a squarciagola: questi dissoluti non si accontentano di saziare i loro vizi, ma vogliono che ciò accada sotto gli occhi del pubblico. Anche Pompeo e Cesare si fecero costruire ville a Baia, ma “le vollero sulla sommità dei colli”, per contemplare dall’alto, e a distanza, l’indecoroso spettacolo che andava in scena sulle spiagge. E infine Seneca prefigura un quadro di Dalbono descrivendo “le belle e facili donne che vanno a diporto sul mare, le barche dipinte a vari colori, le rose che galleggiano sulle acque e gli schiamazzi notturni dei cantanti”: per un attimo si accende, nelle parole del severo moralista, un lampo di ammirazione per il suggestivo spettacolo su cui è costruito un capitolo magnifico della storia del Golfo di Napoli: la luna, il mare, il canto, e le belle donne. Baia e i Campi Flegrei grazie a Goethe, a Dumas, e alla Le Brun diventano una tappa obbligatoria del “ Grand Tour”, e nel 1992 Massimo Cacciari definisce “poroso” il territorio – è immagine reale e metaforica, nello stesso tempo – prendendo a prestito l’espressione usata, per Napoli, da Walter Benjamin.
Pitloo “fonda” la “Scuola di Posillipo” e spinge Luigi de’Medici, che era raffinato intenditore di pittura, ad assegnargli la cattedra di paesaggio nell’ Accademia delle Belle Arti perché egli apre a Napoli la “stagione” meravigliosa della pittura “en plein air “, all’ aria aperta. E l’aria di Napoli e del suo golfo è una magia di toni, di velature, di intensità, di colori. Non c’è colore che non vesta quell’aria: il giallo, il bianco, il blu, il viola, e ogni colore si manifesta in molte gradazioni. Pitloo arricchisce la sua tavolozza e affina la sua tecnica. Nella parte destra di questo quadro in cui sono rappresentate le colline che dominano il golfo di Pozzuoli Marina Causa Picone notava che il color terra si apre ai toni del giallo, dettati dall’intensità della luce, e questi toni si dispongono in coerente contrasto con le velature violacee del cielo. Ma, a parer mio, il “colpo” magistrale dell’opera è la nuvola lunga che si inarca da destra a sinistra, addensando progressivamente macchie sempre più ampie e più intense di ombra e coprendo, con queste, i resti del tempio di Venere. Questa “copertura” violacea consente a Pitloo di “costruire” l’edificio con pennellate rapide di terra rossa velata di viola, e di dipingere, in forte contrasto, i fili e le macchie di luce bianca che conducono il nostro sguardo verso i “chiarori” dell’angolo di mare, del porticciolo, delle vele. Le macchie scure del fogliame degli alberi segnano il confine tra l’ombra nera “poggiata” sulla base del quadro e i toni chiari che si dispongono verso l’interno. Pitloo coglie e rappresenta in modo magistrale gli “umori” dell’aria e la “reazione” dei luoghi: e dopo una lunga riflessione “sentiamo” che il progetto dell’artista era quello di inserire le pietre del passato nel paesaggio del presente in modo tale che dalla luce e dalla Natura ricavassero una nuova vita e non fossero solo un elemento decorativo, un “esercizio” di pittura accademica. I buchi nella parete del tempio sembrano occhi che seguono il movimento delle figure. E le striature di bianco tracciate rapidamente con il pennello umido pare che indichino la strada alle figure e ne suggeriscano con immediatezza il movimento. Il pittore gioca con le luci e ci dice, con le lunghe ombre a sinistra dei viandanti e degli alberi, che l’immagine egli l’ha percepita alle prime ore del mattino.



