Il disegno è costruito su un vortice di linee che si tendono in ogni direzione, per poi acquietarsi nel profilo di Cristo, saldo e sereno, come salda e serena è la Verità che metterà ordine nel caos della storia dell’uomo. La Croce è asse e culmine della scena.
“Nell’uscire incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone e lo costrinsero a portare la croce di Gesù.” (Matteo, 27,32). “Mentre lo conducevano, imbattutisi in un certo Simone cireneo, che tornava dai campi, gli imposero la croce, perché la portasse dietro Gesù”(Luca, 23,26). “Lo conducono fuori per crocifiggerlo. E costrinsero uno che passava, Simone di Cirene, che veniva dal campo, il padre di Alessandro e di Rufo, a portarne la croce.” (Marco, 13, 20-21). “ E portando la croce da solo, salì verso il luogo detto Cranio, che in ebraico si dice Golgota.” (Giovanni, 19, 17). In nessuno degli Evangelisti Cristo cade sotto la croce: Matteo e Marco dicono che Simone di Cirene ha portato la croce per tutto il tragitto, dalla porta del pretorio fino al Golgota; Luca ci consente di pensare che per un tratto sia stato Gesù a trascinare la croce; Giovanni è chiarissimo, anzi c’è il sospetto che voglia correggere gli altri Evangelisti: Cristo portò la croce da solo. Ma parve ai primi Cristiani che le immagini di Cristo che cade sotto la croce e di Simone il Cireneo che solo a quel punto prende su di sé il peso dello strumento di morte, destinato a diventare lo strumento e il simbolo della salvezza degli uomini, rendessero il “calvario” del Signore più drammatico, e più ricco di valori “esemplari”. Perciò le cadute di Cristo sono diventate momenti strutturali della “Via Crucis”. L’essenziale rigore del disegno permette di comprendere meglio come “l’occhio” di un grande artista abbia “visto” la scena.
Van Dyck, allievo di Rubens, studioso e ammiratore del Rinascimento italiano, maestoso disegnatore, colorista luminoso, indagatore finissimo della fisiognomica e della psicologia, nel “foglio” della “Devonshire Collection” ricostruisce la scena con la penna, con inchiostri di varie gradazioni di seppia, e con l’acquerello. Nel disegno che è, forse, del 1635, l’artista delinea lo spazio e il piano inclinato con le travi della croce e con l’alabarda: l’ alabarda e l’elmo del soldato non rispettano il tempo storico, ma Van Dyck lo sa: l’anacronismo gli serve per portare la scena fuori del tempo, per dirci che i valori di questa scena, il sacrificio sublime, il dolore indicibile della Madre, e la banalità della miseria spirituale, sono valori che percorrono tutto il filo della storia.
La “penna” dell’artista olandese indaga i volti: i volti che si vedono, ma anche il volto che non si vede, il volto della Madre, che è chiusa tutta nel suo dolore e nel suo mantello, e che esprime la Sua sofferenza, un’idea minima della Sua sofferenza, solo attraverso la torsione delle linee che delimitano il Suo corpo: Van Dyck le rinforza con il pennino doppio e con la scura striatura di acquerello. E’ una soluzione geniale Non si vedono nemmeno i volti dell’”aguzzino” di destra e dell’uomo – forse è il Cireneo, forse è un soldato – che solleva la croce. Queste figure che mostrano le spalle sono anche un espediente tecnico per “aprire” gli spazi, per portare lo sguardo dello spettatore “dentro” la scena, ma qui servono soprattutto a concentrare la nostra attenzione, per contrasto, sui volti che si vedono, disposti a formare un triangolo, il cui vertice è, in basso, il profilo del Volto di Cristo.
L’”aguzzino” che solleva il braccio destro è tutto compreso del suo ufficio, di cui sente orgogliosamente l’importanza – l’orgoglio è nella testa fiera, nella mossa capigliatura, nella barba -. Lui e l’”aguzzino” di spalle sono la “forza” della Legge: ce lo dice la muscolatura potente, che il pennino e il pennello dell’artista “lavorano” in modo magistrale: mi riferisco soprattutto al busto, al panneggio, al braccio, al raffinato tratteggio e alla densa macchia di inchiostro che chiudono a destra il disegno.
Il volto dell’”aguzzino” che si piega a guardare da vicino il Volto di Cristo diventa, grazie alla linea della bocca e alla forma del naso, la maschera dello scherno maligno: egli è certamente uno di quelli che nel pretorio hanno deriso il Figlio di Dio, e ancora Gli mette le mani addosso, afferrandolo per la veste, mentre il torvo soldato ordina minacciosamente a Cristo di alzarsi. Cristo ascolta, e osserva impassibile: sa che per il soldato e per i tre “aguzzini” Egli è solo un folle che si vanta di essere re e che perciò è stato condannato ad essere crocifisso: la folla ha preferito liberare Barabba piuttosto che lui. Il soldato e gli “aguzzini” hanno gli occhi – occhi maligni, disegnati con un solo tratto di penna, occhi come fessure – ma “ non vedono”: essi sono la miserabile Legge terrena che si permette di insultare la Legge divina. Cristo soffre anche per la loro cecità.
Questo meraviglioso disegno è costruito sul vorticoso movimento delle linee che si tendono in ogni direzione per poi acquietarsi nel vertice basso del triangolo, nel profilo di Cristo, che è saldo, luminoso e sereno, come salda, luminosa e serena è la Verità che metterà ordine nel caos della storia degli uomini. La “forza” della legge terrena si dissolverà davanti al trionfo della Verità disarmata: Cristo sta a terra, ma la Sua Croce segna già l’asse e il culmine della scena.



