I cambiamenti climatici mettono gravemente a rischio molte specie di uccelli anche in Italia. Entro il 2050 le loro popolazioni caleranno dal 57% al 97%
Gli uccelli sono spie della salute del nostro pianeta. Lo ha ricordato la Lipu, Lega Italiana per la Protezione degli Uccelli, domenica 29 novembre alla Marcia per il Clima tenutasi a Roma e nelle capitali di oltre 150 paesi. In occasione della COP21, la XXI Conferenza delle Parti, siamo tutti chiamati a riflettere sulla salute del nostro pianeta. Ad aiutarci in questo duro compito, ci sono però gli uccelli selvatici: ‘messaggeri’ della natura che ci aiutano a comprendere i cambiamenti climatici e prendere adeguate decisioni.
Secondo il report dal titolo “The Messengers”, di BirdLife International e Audubon Society, specie ornitiche delle nostre montagne, Alpi e Appennini, sono a rischio. Ma anche specie oggi comunissime nei nostri giardini e in città, soprattutto nei mesi invernali, come il codirosso spazzacamino, potrebbero scomparire. Con lui anche spioncello, sordone, fringuello alpino, civetta nana e civetta capogrosso potrebbero subire una forte contrazione di areale nel corso dei prossimi decenni, dal 24% fino addirittura al 97%. Di quanto sarà la reale diminuzione, dipende dal cambiamento climatico che si verificherà da qui al 2100, la cui entità è direttamente legata alle decisioni che verranno prese a Parigi dai 147 Capi di Stato riunitisi in questi giorni per salvare quel che resta del nostro pianeta e delle specie che lo abitano.
La ricerca ha preso in esame due scenari climatici elaborati dall’Ipcc (International panel climate change): il primo prevede intorno al 2050 un aumento delle temperature di 1,8 °C rispetto all’ultimo ventennio, il secondo un innalzamento maggiore pari a 3,7 °. In ogni caso per gli uccelli non ci sarà comunque scampo: lo spioncello diminuirà tra il 57% e il 70%, il sordone del 57% o del 69%, il codirosso spazzacamino del 24% o del 31%, e il fringuello alpino, in modo drammatico, del 91% o del 97%.
Gli uccelli infatti non solo subiscono come le altre specie l’impatto diretto dei cambiamenti climatici, ma anche l’impatto delle attività dell’uomo in montagna: sfruttamento delle foreste, attività ricreative e impianti sciistici, che proprio a causa dell’innalzamento delle temperature vivono momenti di difficoltà. Ed è proprio qui che la Lipu insiste: per mitigare i cambiamenti climatici occorre investire sulla natura. Bisogna proteggere gli ecosistemi che conservano il carbonio (per esempio foreste, zone umide, oceani e torbiere), conservare e connettere gli habitat per aiutare le specie a spostarsi sul territorio e creare le cosiddette reti ecologiche.
Ma il problema, non è solo in Italia: le coloratissime e simpaticissime pulcinella di mare nelle ultime tre generazioni sono calate del 50% a causa della riduzione degli stock ittici indotti dai cambiamenti climatici; l’attuale popolazione di pinguino di Adelia, nel sud delle Shetland, è la metà di quella degli anni Settanta; le colonie di fregate maggiori corrono il rischio di vedere sommersi i loro nidi con l’innalzamento del livello del mare; il colibrì di Allen vedrà il suo areale riproduttivo ridotto del 90% entro il 2080. Sta a noi, ora, cogliere l’avvertimento di questi messaggeri alati.



