Introdotto il dieci dicembre scorso, il Jobs act non ha fatto altro che parlare di sé. In particolare, nel mondo dell’insegnamento, le nuove norme sul lavoro hanno smosso numerose e rumorose proteste. Oggi, invece, ci troviamo di fronte a quelle le procedure che, volendo essere come al solito ottimisti, dovrebbero condurre i soggetti disabili verso un’assunzione lavorativa. Insomma, quali vantaggi ha potuto offrire il Jobs act al mercato del lavoro per diversamente abili.
Il primo cambiamento che salta subito all’attenzione è l’introduzione della chiamata a titolo nominativo. In sostanza, il datore di lavoro interessato ad assumere un disabile, da questo momento, potrà farlo in maniera del tutto autonoma senza dover passare, obbligatoriamente, dai centri per l’impiego. Centri che, effettuando chiamate a carattere numerico, valutano, sulla base dei referti medici presentati all’atto della registrazione, a quali mansioni il candidato possa essere compatibile.
Con la nuova norma a chiamata individuale, invece, avvalendosi di colloqui faccia a faccia, l’azienda avrà la possibilità di scegliersi il candidato che riterrà più opportuno alle proprie esigenze. Va detto, però, che questo sistema di selezione, seppur totalmente ignorato, era già previsto dalla legge italiana.
Alla luce di quanto stabilito dal Governo nella sua azione legislativa, appare chiaro, almeno a chi vi scrive, che il Jobs act in campo disabilità apra le porte a indiscusse forme di discriminazione. Sarà inevitabile, a questo punto, indirizzare le assunzioni soltanto ai lavoratori con un grado di disabilità impercettibile. Quello che, in effetti, accade già oggi.
Svariate associazioni di settore, sigle sindacali, allarmate dalla degenerazione che potrebbe subire questa norma, stanno affermando tutta la loro opposizione. Si corre il rischio, afferma la CGIL, di chiudere la strada al lavoro a chi è affetto da patologie particolarmente deficitarie. Esponendo, così, l’Italia al rischio di sanzione per aver violato, palesemente, l’articolo 5 della comunità europea. Direttiva che, senza giri di parole, sancisce il principio di pari condizioni e trattamento per tutti quanti i soggetti con handicap.


