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Come il mestiere di “trainiere” confermò agli Ottajanesi l’importanza dell’arte della dissimulazione….

Sottoposti per tre secoli alla “signoria” della famiglia Medici e delle famiglie alleate dei principi, gli Ottajanesi impararono l’arte del dissimulare. Contribuirono a confermare l’utilità di questa arte le centinaia di Ottajanesi che ancora nel primo decennio del ‘900 percorrevano “ ‘a via nova” con carretti, traini e calessi, frequentavano i mercati e trasportavano a Napoli le botti di vino vesuviano.

 

Ovviamente, ogni paese aveva i suoi “carrettieri calessieri, trainieri e carresi”, ma a Ottajano il numero degli abitanti, l’intensità dei traffici e la complessità dell’economia fecero sì che l’elenco di coloro che ufficialmente svolgevano questa attività avesse una lunghezza che nessun altro Comune del Vesuviano riusciva da eguagliare. Nel 1886 la lista depositata agli atti presso la Sottointendenza di Castellammare comprendeva 197 “esercenti il mestiere”, 86 del Centro Abitato, 65 di San Giuseppe, 46 di Terzigno: mancavano i nomi – almeno una settantina – di coloro che, per sfuggire al fisco o per le “macchie” sul certificato penale, svolgevano l’attività “’nterzetto”, cioè senza la “patente” ufficiale. Intere famiglie erano dedite a questa arte, che si trasmise da una generazione all’altra almeno fino al 1920: nel Centro Abitato i Ragosta, gli Iervolino e gli Aprile che avevano “rimessa” nel quartiere San Lorenzo, e i Menechino di Casalvecchio e di Piazza San Francesco; a Terzigno, i Sangiovanni, i Carillo dei Cetrangoli, e gli Avino del quartiere omonimo; a San Giuseppe i Casillo, i Boccia, i Nappo, i Di Prisco. Per comprendere la complessità del sistema economico che ruotava intorno ai servizi di trasporto, ricordiamo che nel 1886 vennero censiti a Ottajano 406 cavalli, di cui 89 da “diporto”, 378 asini, 167 muli e bardotti. Sono numeri ingannevoli, per difetto: sui quadrupedi da “diporto” e da “trasporto” i governi dell’Italia unita imposero il carico gravoso dei tributi: il che spinse i proprietari ad essere poco sinceri nelle dichiarazioni di proprietà. Fino agli anni ’50 del sec.XX   a Ottaviano, durante la festa patronale, si tenne una fiera di animali, che fu a lungo tra le più importanti del Sud. Nel 1922 Vincenzo Tropeano, veterinario ispettore della fiera, comunicò al sindaco di aver esaminato, “distribuiti nelle traverse laterali alla via Provinciale”, e cioè tra la Chiesa di San Lorenzo e il rione Maveta, “1800 cavalli, 700 muli e bardotti, 900 asini, e in più 300 animali attaccati ai veicoli”.

Intorno a questo complicato sistema si muoveva un “indotto” non meno complesso: i “bardari” che fabbricavano i finimenti, i maniscalchi, i sensali “patentati” che controllavano i mercati e garantivano le compravendite “sulla parola” con i modi che possiamo facilmente immaginare, e, soprattutto, i carradori che costruivano e riparavano i veicoli. Alcuni carradori, Ferdinando Ammirati, Francesco Annunziata e Alfonso Massa, erano specializzati nella costruzione di veicoli a due e a quattro ruote destinati a un servizio che i carrettieri ottajanesi gestivano in termini di monopolio: la distribuzione tra i bottegai del Vesuviano interno della pasta corta e lunga prodotta dai mulini di Torre Annunziata e lo “scarico” nelle cantine di Napoli delle botti di vino del Vesuvio. Anche in questo settore non mancò la presenza dei principi di Ottajano, padroni, nel 1891, di 27 cavalli “da diporto, e di questi 11 di razza Persano”, e di 15 cavalli da “traino”: li accudivano 8 stallieri e due maniscalchi: due erano i cocchieri di Casa Medici.

Dalla scuola della strada, che mia madre, figlia e sorella di “cavallari”, chiamava “‘a via nova”, i carrettieri ottajanesi impararono – e insegnarono anche a chi carrettiere non era – la prudenza, la rapidità di giudizio, la capacità di cogliere e di ricordare tutti i particolari: poiché, mi disse una volta, un “cavallaro” di Pomigliano – “’o cucchiero è sempe cucchiero, anche quanno magna”. Ricordo che i miei zii con i cavalli ci parlavano, veramente; ricordo il sauro “Ercolino” che conosceva a memoria la strada per Avella, dove zio Domenico “Pippone” andava a comprare la pasta fatta in casa; ricordo un “ferracavallo” anziano che dall’esame degli zoccoli deduceva, con minuziose diagnosi, quale fosse lo stato di salute dei cavalli. Bisogna anche dire, per amore di verità, che la prudenza raramente si colorava di viltà. Le carte d’archivio ci raccontano che carrettieri, calessieri e cocchieri ottajanesi, sebbene fossero uomini di pace, sapevano farsi rispettare, e lungo la strada, e nei mercati, e ai posti di guardia, e in quelle piazze di Napoli in cui spesso il “traino” che trasportava dal Vesuviano botti di vino, ceste di ortaggi e quarti di carne macellata, veniva bloccato da certi tipi che pretendevano la tangente, “il soldo di passo”.

Ma questo mestiere confermò negli Ottajanesi i segni di una “virtù”, la dissimulazione, a cui li aveva predisposti la secolare signoria dei Medici, che per tre secoli esercitarono un assiduo controllo quasi su ogni famiglia e su ogni attività, attraverso la rete degli spioni, dei “piglia e pporta”, dei loro uomini in armi.

Era, ed è, una dissimulazione “onesta”: gli Ottajanesi hanno le idee chiare, sanno, “vedono” capiscono, individuano relazioni, collegamenti e connessioni tra fatti e persone con una rapidità tale che li crederesti addestrati all’ermeneutica fin dalle fasce: ma farebbero perdere la pazienza al più paziente dei sondaggisti. Nel 1848 Ferdinando II, dopo aver concesso la Costituzione, ordinò al Ministro di Polizia di fargli sapere quale era stata la reazione dei cittadini nei Comuni più importanti. Il Giudice Regio di Ottajano scrisse al ministro che, sebbene avesse interrogato i suoi amici, sebbene avesse sguinzagliato gli informatori nelle piazze e nelle taverne, e perfino nelle chiese, non era riuscito ad avere notizie precise su come gli Ottajanesi giudicavano la decisione del re. Gli Ottavianesi praticano ancora quest’arte?

 

 

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