Con colpevole ritardo tre, quattro “scassambrelle” – sono uno di essi – hanno incominciato a chiedere la ricognizione dell’ipogeo della Chiesa del Rosario di Ottaviano, in cui venne sepolto anche Luigi de’ Medici. E’ un’impresa ardua ottenere il permesso. Ma l’ipogeo c’è ancora?
Egregio Cavaliere, mi auguro che dai luoghi sereni in cui state trascorrendo la Vostra eternità abbiate il tempo e la voglia di leggere questa mia pubblica lettera, e di accettare le scuse che con essa vi presento. Esistono ancora in Italia docenti di storia, studiosi patentati e studiosi dilettanti i quali sanno chi è stato Luigi de’ Medici: un insigne giurista, un finissimo scrittore, un quadrato economista, l’uomo di fiducia dei Rotschild, uno stratega della politica, il Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno delle Due Sicilie per molti anni, l’amico – un’amicizia alla pari – di Metternich e di Talleyrand. Qualcuno, avendo letto le centinaia di pagine che nella sua “Storia di Napoli” Vi ha dedicato il prof. Galasso, sa perfino che Voi non solo rappresentaste Napoli al Congresso di Vienna, ma distribuendo a piene mani cofanetti colmi non di confetti, bensì di ducati, compraste per i Borbone il trono che Metternich aveva pensato, prima che arrivassero i cofanetti, di assegnare ai figli di Murat.
Capita talvolta che qualcuno di quei perditempo curiosi di storia, avendo letto su Wikipedia che le spoglie mortali di Luigi de’ Medici vennero sepolte a Ottajano, nella Chiesa del Rosario, mi telefoni e mi chieda, dopo i soliti convenevoli, quando e come potrà visitare il sepolcro dello statista. E io rispondo a tutti con la stessa bugia: sono in corso interventi di restauro, tra qualche mese si vedrà. L’ultimo curioso della serie, uno studioso calabrese – la Calabria occupò sempre un posto a parte nel Vostro cuore – usò non la parola “sepolcro”, bensì “ mausoleo”: pareva ovvio e scontato all’ottimista che Ottajano avesse onorato con una tomba imponente e con generosa abbondanza di lapidi e di marmi le spoglie di un cittadino così importante: perché Voi, egregio Cavaliere, foste ottajanese purosangue, anche se nasceste a Napoli.
Il Palazzo di Ottajano era per Voi il luogo del riposo e della meditazione, e quando il cielo della politica napoletana e gli umori dei vostri avversari “se ‘ntruvolavano”, e cioé diventavano torbidi e foschi come gli occhi del principe di Canosa, allora cercavate rifugio e sicurezza a Ottajano, nella masseria Greco o al Mauro. E al Mauro impiantaste un’azienda agricola che anticipava i tempi, e svelava agli imprenditori del luogo le nuove tecniche per l’”immegliamento”dei vini e per la coltivazione dei gelsi destinati alla bachicoltura. Voi donaste agli Ottajanesi la statua di San Michele “‘o piccirillo”, e a Madrid, dove, già stremato dalla malattia, avevate accompagnato il re, per non privarlo dei vostri saggi consigli, disponeste, con l’ultimo soffio di voce, che vi seppellissero nella Chiesa del Rosario. Le esequie furono l’ultimo sberleffo del miscredente: i frati degli ordini religiosi del Vesuviano portarono a spalla, da Portici a Ottajano, il feretro di Luigi de’ Medici che in vita si era divertito a schernire, con motti di spirito caustico, preti, monaci e suore.
Credo che il Vostro desiderio fosse di essere dimenticato: del resto, Voi, che come tutti quelli della famiglia vi interessaste di cose d’arte con sopraffina competenza, Voi che avete impresso una svolta alla storia della pittura napoletana dell’Ottocento affidando a Pitloo la cattedra di paesaggio dell’Istituto di Belle Arti, proprio Voi avete fatto in modo che nelle pubbliche collezioni non restasse nessun ritratto a olio di Luigi de’ Medici. E perciò sono costretto a corredare questa mia lettera con l’immagine del quadro in cui Jacques Volaire descrisse una scena di addio: Vostro fratello Giuseppe, il principe, e sua moglie, Donna Vincenza Caracciolo, salutano, davanti al Palazzo, vostra sorella Maria Giovanna che si accinge a partire per Roma con il suo fresco sposo, Sigismondo Chigi. E’ il novembre del 1776.
E dunque essere seppellito a Ottajano per essere dimenticato: fu l’ultimo colpo del genio. Perché come dimenticano gli Ottajanesi, non dimentica nessuno. Di Voi si ricordò, sollecitato da Francesco D’Ascoli, il prof. Vittorio Capotorto, che diede il vostro nome all’ Istituto Alberghiero: un omaggio alla vostra passione per la buona cucina e per i grandi vini. Di voi si ricordò, ne sono testimone, anche il sindaco dott. Michele Saviano, che avrebbe voluto intitolare ai personaggi più importanti della famiglia Medici, e dunque anche a Voi, le strade e gli spazi intorno al Palazzo. Ma le vicende della politica non gli permisero di realizzare il progetto. E il silenzio tornò assoluto. L’oblio ottajanese è così tenace che non viene smosso nemmeno dall’ idea stuzzicante di dedicarVi, che so, una sagra, con tanti piatti, un mercatino con tante baracche, un corteo storico con asini cavalli e palandrane, e riffe, e sorteggi. Niente di niente. Siete, Cavaliere, un’occasione magnifica che nessuno vuole sfruttare.
Da qualche tempo tre, quattro “scassambrelle” – sono uno di essi – chiedono che venga autorizzata una ricognizione dell’ipogeo in cui foste sepolto e che ospita i resti mortali di altri membri della famiglia, e certamente quelli del principe Giuseppe I, protagonista della storia napoletana nella seconda metà del sec. XVII. Ma pare che questa ricognizione nessuno la voglia: se fossi un democristiano malpensante, incomincerei a sospettare che non solo non ci siano più, laggiù, le reliquie dei Medici e gli ornamenti con cui essi vennero sepolti, ma che non ci sia più nemmeno l’ipogeo. Se pensassi male, Voi, inventore della politica dell’amalgama e perciò profeta della Democrazia Cristiana, mi perdonereste. Ma purtroppo non ho la saggia abitudine di pensar male.
Stasera riceverò il Premio Ottaviano: credo che me lo abbiano assegnato per i miei libri di storia. Me lo consegneranno proprio nella Chiesa del Rosario. E’ un premio che non merito, perché uno che si interessa della storia di Ottajano dovrebbe sapere se i resti di Giuseppe I e di Luigi de’ Medici si trovano ancora nell’ipogeo del Rosario, e, prima di tutto, se quell’ipogeo esiste ancora. Ma ritirerò il premio, per non offendere la generosità della giuria che me lo ha assegnato, e per un pizzico di vanità.
Perciò Vi chiedo perdono, Cavaliere. Sono certo che me lo concederete.



